images-2“La morte, il lutto, il pianto sono convenzioni. Solo la logica è sacra”.

 

L’ultimo caso fu il più spinoso. E convinse il detective più noto del mondo ad andare in pensione. Tuttavia la favola divenne un libro e scavò con la fantasia nelle storie fantastiche di un personaggio di carta. Mai esistito. Se non in un’altra fantasia. Quella di Arthur Conan Doyle. Fervida al punto di contagiare il cinema con un investigatore che è finito perfino nei cartoni animati. Eppure non bastò sir Arthur per scrivere di Sherlock Holmes e Mitch Cullin ha tentato di mettere il cappello sul raffinato personaggio di fine Ottocento. Dai voli pindarici nascono altri voli pindarici e si finisce per ritrovarsi in un altro mondo, dove svanisce perfino la poesia di un XIX secolo al tramonto. Fra il profumo di Dunhill e tessuti scozzesi.

images-1E Sherlock divenne Mr. Holmes – Il mistero del caso irrisolto. Il regista Bill Condon (Twilight saga e Il quinto potere) e lo scrittore dal quale ha tratto ispirazione si sono allontanati dalla figura cara a tanti adolescenti e, a modo loro, l’hanno perfino maltrattata. Niente più pipa, né il fido basset hound. Addio all’inconfondibile cappello e a vestiti così english. Perfino Watson è passato nel numero dei più, lasciando tuttavia tracce indelebili. Mister Holmes del terzo millennio è l’ombra di Sherlock. Un babbione ultra novantenne che alleva le api. Ad assisterlo c’è un’analfabeta acida e stizzosa. Senza un uomo al suo fianco se non il figlioletto, di gran lunga migliore di lei. Il vecchio è perfno in preda a una sorta di Alzheimer che ne offusca la mente e ne obnubila i ricordi. Dimentica il suo passato. Le persone che ha incontrato. E ciò che accadde. Sopravvive al suo mito e trova nel figlio della serva l’unico estimatore vero.

Il vecchio prova a rinsaldare la memoria con sostanze naturali, ma l’unica vera cura gliela offre quel ragazzino. Tutto cuore e niente muscoli. Lo costringerà a ricordare. A scrivere. In un certo senso a vivere. E sarà lui a sconfiggere una sorta di malattia mentale, mai lucidamente diagnosticata nemmeno dal medico curante. La senilità di Holmes che aveva traslocato lontano assai da Baker street, rifugiandosi in quel di Dover ad allevare le api, è il mesto tramonto di un uomo che nemmeno ricorda di averlo risolto quell’ultimo caso. E solo quando promette di raccontarlo al bambino, grazie all’aiuto di quest’ultimo, riscopre la dinamica dei fatti che il suo cervello malato aveva spedito nel dimenticatoio. Insomma, come muore un mito. Letterario sia pure. E come tale mai incarnatosi nella realtà corrente.

images-3Tuttavia sarebbe sbagliato credere che il film pensi solo a stropicciare una delle figure cult della letteratura per ragazzi. Il vecchio e caro detective in disarmo in realtà non vuole assomigliare a quell’icona inventata da sir Arthur Conan Doyle. Interpretato da Ian McKellen – il Gandalf del Signore degli anelli – che assomiglia di più al televisivo ispettore Derrick con qualche chilo in meno ma senza la stessa agilità, l’ultra novantenne Sherlock Holmes è in balia di se stesso. L’uomo come animale sociale, condannato a una solitudine che lo uccide è il tema di fondo del film di Bill Condon. Non c’entra dunque il deterioramento di un eroe della fantasia collettiva di molte generazioni, ma uno dei mali del secolo. Quell’essere soli e senza conforto tra i flutti della vita e i malesseri personali e del mondo circostante.

imagesIn Mr. Holmes tutti i personaggi sono soli, pur a stretto contatto l’uno dell’altro. L’investigatore è alle prese con la sua memoria offuscata. Una sorta di solitudine che lo isola perfino dalla sua stessa vita. La cameriera è sola senza un futuro dopo la morte in guerra del marito. Sola anche perché il figlioletto si ritrova l’unico a voler ancora stimolare la mente di quel vecchio. Apprenderne i segreti. Fare tesoro della sua esperienza, perfino nei sistemi di cura dell’apiario. E’ sola la moglie dell’ultimo cliente di Holmes. L’avventura che egli non ricorda più, ma lentamente si fa strada dalle pieghe del passato. E’ una donna reduce da due aborti spontanei, che vive nel ricordo delle sue sciagure e vorrebbe tumulare in un cimitero quelli che furono due feti prematuri. Vive nella cornice della musica e tenta di estorcere al marito i soldi per quella tomba che lui non vuol concedere ai figli mai nati. Salvo poi uccidersi. Ed è solo perfino questo marito, preoccupato sulla sorte di una moglie mai compresa. Mai capita. Mai accettata. Come è in compagnia di se stesso perfino il corrispondente giapponese di mister Holmes, anch’egli intento a frugare nel passato che gli sottrasse il padre, persuaso proprio dal detective a restare in Gran Bretagna senza più tornare dalla famiglia in Giappone.

Il film sottolinea le varie forme di solitudine che l’esistenza propone. Il detective è il vecchio inutile, un po’ burbero e un po’ vittima dei rimpianti. Consapevole di aver perso alcune occasioni. E di aver sottovalutato affetti. E’ solo per aver distrattamente e superficialmente scelto che se stesso e un ragionamento strettamente logico e concreto valesse più del pulsare del cuore. Quando se ne accorge è tardi.

La donna di servizio è l’insoddisfazione di chi non riesce a far nulla nella vita. Fallisce ogni compito. Individua strade sbagliate E a salvarla saranno gli altri, quando rincorre l’ennesimo sogno di trasferirsi nell’albergo gestito dalla cugina. E’ condannata a restare sola. Non può sottrarsi.

Ann Kelmot, la madre mancata, è l’incompresa. Sola nella disgrazia. E sola anche nell’incapacità di gestirla. Si ritrova senza il sogno di un bambino. Senza il conforto di un marito. Senza il sollievo della musica. Senza una tomba su cui piangere i suoi piccoli. E sacrifica se stessa.

Unknown-1Il marito è la superficialità. Si è trovato a doversi rivolgere a un detective per comprendere cosa si nasconde nell’animo della donna che ama e ha sposato. Non sa distinguerne le coloriture. Non sa riconoscerne i confini. E di riflesso resta solo. Respinto dall’investigatore che non lo vuole come compagno di indagini. E senza la moglie dalla quale è ormai altro.

Il giapponese è l’abbandono. La solitudine gli è caduta addosso per decisione di altri. E, per colmo dei colmi, resta solo perfino quando chiede a Holmes di spiegargli la vita di suo padre. Il vecchio investigatore non ricorda più nulla e reagisce con piglio alle angosciate richieste di quell’uomo.

Ricco di humour britannico in doppiopetto, il film non ha nulla di verosimile e plausibile. Nessuna sfumatura lo lega alla realtà. Ogni particolare è frutto di fantasia e, alla lunga, disorienta. Ma la chiave non è certo quella di raccontare cosa accadde a Sherlock Holmes, una volta andato in pensione. Piuttosto, attraverso un personaggio notissimo, vicino ai cuori e alla fanciullezza di molti, tratteggiare uno degli incubi del nostro tempo. Restare soli. Al mondo. Seppur in mezzo a tutti.

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