Unknown-3Dio abita in una vecchia casa di Bruxelles. Non solo ci sarebbe, dunque, ma addirittura vivrebbe insieme a noi. Quadretto surreale quanto buffo, insomma. Perfino grottesco. In tempi di terrorismo islamico e stragi parigine, di kamikaze pentiti che fuggono con una cintura esplosiva sui fianchi proprio nella capitale belga, quell’immagine suona inquietante. Evoca pensieri che puzzano di morte e gettano nel panico. E rischiano di dare il senso della provocazione. Il Dio degli infedeli – che una volta tanto sono i cattolici – finito nel mirino degli integralisti musulmani.

Unknown-1Dio esiste e vive a Bruxelles di Jaco Van Dormael invece è una provocazione inventata in tempi non sospetti dai distributori italiani che hanno tradotto in questa maniera un più di didascalico Le tout nouveau testament. Senza ovviamente sapere che cosa sarebbe accaduto proprio nei giorni in cui il film approda in Italia. Ebbene, svincolando il film dalla storia e dalla cronaca, il protagonista (Benoit Poelvoorde) è un dio bizzarro e trasandato che governa i destini umani dalla tastiera del computer, nel suo ufficio, dominato da un immenso schedario dove sono custoditi i nomi dei viventi. E’ un dio tirannico e bislacco. Iracondo e autoritario. Con una moglie che fabbrica cornici e una figlia, Ea (Pili Groyne), più incline verso il fratello JC – leggasi Jesus Christ – che non nei confronti dell’onnipotente. E come Jc, “fuggito” dal regno del padre, anche lei evade dall’oblò della lavatrice finendo in una lavanderia a gettone, da dove prende le strade del mondo. Non prima però di aver manomesso il computer di papà e aver comunicato a ogni essere umano la data della propria morte attraverso un sms. A caccia della figlia, Dio si confronta con preti e straccioni, nelle vesti degli improvvisati discepoli della piccola ma determinata Ea. Questo caotico contesto mostra l’onnipotente meno onnipotente che si possa immaginare e che si rivela incapace di camminare sull’acqua e mostrare il carisma e la venerazione suscitati invece da suo figlio. Una sorta di ubriaco, caciarone e senza bussola, destinato alla deriva peggio del peggior barbone.

imagesPur sfiorando in qualche caso una latente blasfemia, il film riesce a tenersi lontano dall’oltraggio per le tinte decisamente comiche e surreali, che distolgono la possibilità di identificare Dio nel suo finto e goffo omologo. Ad evitare di cadere nel rischio dell’affronto, il regista usa sapientemente una domanda di fondo, sulla quale incardina la narrazione e che nulla ha in comune con le sacre scritture. Cosa farebbe, insomma, ognuno di noi se conoscesse in anticipo la data esatta della propria dipartita da questa valle di lacrime. Le risposte sono diverse come i caratteri e le ambizioni delle persone. Van Dormael offre un variegato campionario, al quale ciascuno può aggiungere la sua personale pianificazione degli ultimi tempi. Un lasso che varia, s’intende. C’è chi lo riceve anni, o addirittura lustri, prima. E chi invece ha solo poche settimane da godersi sulla terra.

UnknownL’interrogativo banalizza un contesto già banale in cui si muove un dio che oscilla fra le leggi dello Spirito e quelle di Murphy con una smaccata preferenza per queste ultime. Eloquenti, in proposito, le sue “punizioni”. Allo sconosciuto che si immerge nella vasca da bagno suon immancabilmente il telefono. Al tale che spalma la marmellata, cade irrevocabilmente il biscotto dalla parte unta. Alla donna che sta portano una pila di piatti nel lavello precipitano a terra proprio alla metà. E via elencando. Un dio che nulla ha di trascendente e spirituale, ma assomiglia a un poverocristo dispettoso e incapace. Una sorta di ingenuo arrogante che perfino si stupisce di essere aggredito dal sacerdote, al quale ha screditato il supremo sacrificio di suo figlio “capace solo di farsi inchiodare su una croce”. Quella che può apparire come una scena offensiva, si rivela all’improvviso profondissima. Il parroco salta alla gola di quel dio, ebbro della più sudicia umanità, per difendere l’ascesi mistica e la vera onnipotenza di un Cristo crocifisso che sovrasta l’altare, assiste la scena e si compiace sorridendo di quella reazione improvvisa. Il prete, insomma difende la sua fede. Difende la serietà. Difende la Via. La Verità. E la Vita. E si scaglia contro chi lacera i dogmi. Fosse anche… dio.

images-1Il film del regista belga che ha fatto scalpore in Francia e in Belgio è un’opera a metà. E a due facce. I propositi originali e singolari di Van Dormael restano un’impronta inconfondibile ma si perdono in mille rivoli collaterali. Troppo ambiziosa e profonda la tematica di fondo, che finisce per essere svilita in una domanda retorica, appartenente all’immaginario collettivo delle discussioni più sterili e banali quanto irreali. Tutto sembra tornare a galla a pelo d’acqua della superficialità. Il cinema di Van Dormael trova il suo limite e il suo nemico proprio in se stesso. Le sue caratteristiche più evidenti e preziose sono il suo handicap. Le metafore. La dimensione onirica. La vena comica, alternata fra umorismo e paradosso. I barlumi di un lirismo, seppur solo occasionale. Gli intermezzi. Ebbene tutte queste peculiarità annacquano e fanno evaporare completamente la profondità degli argomenti e degli spunti. Li deteriorano lasciando in sospeso giudizi e impressioni. Paralizzate. A metà strada fra qualcosa che poteva essere e non è stato. Qualcosa di incompiuto, cui manca un accento per far riflettere o ha un colore troppo acceso per non abbagliare. Come la citazione di Max, amore mio di Nagisa Oshima quando Catherine Deneuve s’innamora di un gorilla. Il regno della sproporzione che si dibatte fra la simpatia e il suo contrario.

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