UnknownEletto al soglio pontificio nel marzo 2013, dopo le sorprendenti dimissioni di Benedetto XVI, Jorge Mario Bergoglio, argentino di origini astigiane, ha saputo conquistare i cuori della gente con pochi semplici gesti e in brevissimo tempo. L’immagine di molti predecessori è sembrata così riaffacciarsi alla mente di fedeli e perfino scettici. Alla vigilia del terzo anno di pontificato, Daniele Luchetti, dietro espressa richiesta del produttore Pietro Valsecchi, confeziona Chiamatemi Francesco – Il papa della gente, un titolo che sembra richiamarsi al poverello di Assisi. Ma così non è.

Unknown-2“Parlare del papa non è stato semplice – ha spiegato lo stesso regista – perché Buenos Aires mostrava una certa reticenza a fornire squarci di ciò che è stato il pontefice prima di essere il pontefice”. La vita civile e anche quella clericale di Bergoglio apparivano insomma avvolte in una cortina impenetrabile. Solo l’insistenza e la pervicacia hanno permesso a Luchetti di riesumare da coscienze addormentate bagliori di una vita difficile. Padre provinciale dei gesuiti per l’Argentina, Bergoglio vive la dittatura di Videla in prima linea. La repressione sfociata nella tragedia dei desaparecidos e la mano pesante dei colonnelli contro gli ultimi e i poveri plasmano il Bergoglio che oggi conosciamo. Un papa attento ai meno fortunati e deciso a difendere chi soffre e non ha nulla.

Unknown-1Dal giovane peronista, legato all’amore della fidanzata che sogna un futuro con lui all’indimenticabile “Buonasera” rivolto al mondo dal balcone di San Pietro dopo la sua elezione. Il Francesco di Luchetti è tutto questo, ma non è certo un omaggio agiografico. Piuttosto è il racconto di un uomo di fede. Tuttavia ha un limite importante. L’eccessivo spazio dedicato ai rapporti che il futuro pontefice ebbe con il regime dittatoriale. E’ il profilo di un prelato che non si risparmiò nel cercare di salvare quante più persone possibile e mai scese a patti con i colonnelli. Però è proprio l’Argentina di quegli anni difficili tra il ’76 e l’83 a dominare la scena quasi monopolizzando l’attenzione degli spettatori. Eppure Bergoglio non fu solo il gesuita a cui toccò agevolare le fughe di molti ricercati per salvar loro la vita o l’uomo che dovette confrontarsi con la morte di amici e conoscenti in quel periodo cruento. Non sono estranei dal racconto nemmeno i riferimenti alle torture inflitte a molti – troppi – giovani. Una caduta, travestita da citazione, che collega il film di Luchetti ai fotogrammi di tanti altri celebri film sul dramma dei desaparecidos, guardando le ingiuste torture subite. Da La notte delle matite spezzate di Hector Olivera a Garage Olimpo di Marco Bechis. Da Cautiva di Gaston Biraben a Infancia clandestina di Benjamin Avila. Fino a La storia ufficiale di Luis Puenzo, un capolavoro alle spalle del quale si nasconde una filmografia fittissima.

Unknown-3Quella di Bergoglio fu la vita di un arcivescovo di Buenos Aires che visse gli anni successivi al crollo di Videla e l’assenza di giustizia. Un conto che, il colonnello, mai fu chiamato a pagare. Ma fu anche la vita di un uomo che il soglio pontificio lo aveva già sfiorato dopo la morte di Giovanni Paolo II, nel conclave che nominò Joseph Ratzinger. Spiragli tutt’altro che poco significativi. prospettive che rendono lo spessore e la statura clericale e politica dell’uomo ora al vertice della Chiesa. Si poteva fare di più, dunque. E, soprattutto, fare meglio. Anche se va sottolineato come il Chiamatemi Francesco di Luchetti sia un buon film che poteva ambire ad essere ottimo. La colpa – se di colpa si può parlare – è da ricondurre alle difficoltà incontrate nel ricostruire sulla base di testimonianze orali il profilo di Bergoglio argentino. Mitomania e desiderio di protagonismo hanno messo sul cammino del regista e del produttore figure scarsamente attendibili o affatto tali. Lasciando le ombre di chi fu davvero vicino a Bergoglio quando era soltanto Jorge Mario.

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