imagesUn pozzo e un cadavere. Un villaggio con l’emergenza dell’acqua contaminata dalla decomposizione della morte. Lo sterminio subliminale non arriva, solo e necessariamente, attraverso le bombe e le mitragliette. Ma s’incunea, irriguardosa e irrispettosa, nelle pieghe vigliacche di cui essa stessa si nutre. E’ la morte per la guerra. Conflitti etnici nel vecchio continente che, nonostante l’età, non esita a sparare. Bosnia, terra di contesa. Incroci religiosi. E appartenenze discusse. Patria di povertà estrema. Dimora della sofferenza.

Unknown-2Perfect day di Fernando Leon de Aranoa è la testimonianza di quella bufera bellica che ha visto alternarsi sul palcoscenico dei combattimenti le truppe più diverse. Gli assedianti. I difensori. I popoli che vi risiedono. Le truppe dell’Onu. Le missioni di pace. E proprio con gli occhi di queste ultime vengono immortalate immagini e racconti, ai quali si stenta obiettivamente a credere. Crudeltà e brutalità fanno parte di qualsiasi battaglia, ma nel film di Aranoa filtrano attraverso i più subdoli e orrendi artifici. Mine anti uomo. Carcasse di animali uccisi sparpagliate sul terreno per far calpestare proprio il suolo sul punto di esplodere. Non è guerra di conquista o di affermazione di principi, ma è pura distruzione di vite umane. Annientamento di razza. In questa babele terrificante di vite calpestate e di diritti umani violati la pattuglia della missione di pace ha l’impossibile compito di mettere ordine nel caos. A partire da quello che sembra essere il compito più facile. Neutralizzare l’arma batteriologica di un corpo gettato in un pozzo per contaminarne le acque. Incrementare la sete in modo direttamente proporzionale all’incapacità di placarla.

images-1Ma l’impresa non è il fulcro del racconto di Aranoa. Lo è, piuttosto, tutto il contorno. L’universo capovolto dei Balcani che fotogramma dopo fotogramma appaiono come un labirinto in cui si aggirano figure e figuri travestiti volta a volta da amici o da nemici. Un contesto dove si fatica a distinguere i ruoli. Dove i gesti più semplici appaiono carichi di ansietà. Come regalare la palla a un bambino. Un pensiero dolce quanto spontaneo che innesca meccanismi di invidio e competizione. perfino di sopravvivenza. Gli operatori di pace si scontrano così con il vero volto di un miracolo irraggiungibile. Attimo dopo attimo. In questo inferno terrestre trovare una via di uscita appare sempre più arduo. E l’ombra del labirinto. L’incubo di trovarsi in una trappola reale diventa sempre più una presa d’atto più che una chiave di lettura di una situazione difficile.

UnknownPerfect day è un film a scatola cinese. Una sorta di matrioska cinematografica. C’è un dramma in una vicenda raccontata come in una commedia, dove i paradossi si alternano a battute che talvolta appaiono fuori luogo ma sono lo spirito di sopravvivenza. Necessario per non soccombere. Una tragedia in una commedia, ambientata in una road movie, dove il tema del viaggio solca trasversalmente l’odissea che si svolge in un film di guerra. Nell’opera di Aranoa, insomma sta un po’ di tutto. E questa è forse la ricetta che lo rende eterogeneo da un lato e affascinante dall’altro. Un’ora e tre quarti che non stancano anche se alla fine la vicenda appare asciutta. Fin troppo per chi si aspetta azione. Ma Perfect day vuol far riflettere. Non si interessa di effetti speciali. D’altra parte la formazione del regista è documentaristica e questa pellicola che si discosta dalla ricostruzione pura e semplice, come le riprese fatte – sempre in Bosnia – nel 1995 e quelle girate in Uganda al seguito di Medici senza frontiere, si imbeve delle esperienze degli esordi. Ne esce un’opera di finzione, avvincente e di qualità, che privilegia la tragedia del racconto alle individualità attoriali di Benicio del Toro e Olga Kurylenko, entrambi impegnati nella difficoltosa e poco appagante missione di pace, se non per il bagaglio di esperienza accumulato che, in questo caso, viene trasmesso anche al pubblico.

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