BIG2Non mi sbaglio. Crollerà tutto.

 

Erano solo un gruppo di giovani emergenti. Bizzarri e folcloristici quanto basta. E quanto serve. Ma non avendo portafogli vertiginosi di clienti importanti le loro previsioni erano state sottovalutate. La bolla economica che ha acceso la prima gigantesca crisi economica del nuovo millennio è nata sotto gli auspici di una classe di magnati, distratta e superficiale. Convinta della propria solidità. Inattaccabilità. E di un presupposto tutt’altro che scontato come invece si sforzava di credere. Tutti, cioè, avrebbero sempre pagato il mutuo della loro abitazione. Tuttavia, come sosteneva Mark Twain “non è ciò che non sai a creare guai, ma ciò che da per scontato”. E infatti fu proprio quello che sembrava assodato a mandare improvvisamente in tilt un sistema economico radicato e stratificato al punto da trascinare nel baratro mezzo mondo.

BIG3La grande scommessa di Adam McKay è il racconto per immagini dell’immensa bolla che ha portato al crac del 2008. Al fallimento di Lehman brothers. Alla crisi del sistema bancario. E ha condotto il mondo intero in un tunnel che, solo a distanza di sette anni, lascia intravvedere la luce. Erano un gruppo di giovani, si diceva. E soprattutto non erano titolati. Non avevano nomi famosi e non guidavano celebri istituti di credito. E ciò bastava, appunto… a screditarli. Così le loro previsioni non vennero tenute in alcun conto. E il sistema crollò. Il film di McKay, tratto dal libro L’arte di vincere di Michael Lewis, racconta di questo manipolo di talentuosi – interpretati da Christian Bale, Brad Pitt, Ryan Gosling e Steve Carrell – che intuirono ciò che ad altri sfuggì. Prosopopea finanziaria.

BIG5Non c’è trama, di fatto, se si guarda attentamente. L’intera pellicola è un retroscena. Se si vuole, un’inchiesta. Chi vi si accosta è bene che sappia. Non si tratta nemmeno di un documentario perché la verità è che La grande scommessa sta a metà strada fra tutte queste categorie. E se esse si rivelano quasi sempre inutili e sterili perché soggettivamente ognuno ha le proprie prospettive e decide in autonomia le classificazioni, tuttavia aiutano a comprendere a che cosa si sta per assistere.  Ne consegue quindi che, pur essendo avvincente, ha il vantaggio di essere istruttivo, soprattutto per le nuove generazioni. Capire per immagini ciò che può risultare ostico quando viene raccontato con il linguaggio degli storici dell’economia è un grande pregio. A favore del film di McKay sta anche il tentativo – riuscito – di raccontare un fatto recente facendo riflettere su quanto tutti hanno vissuto a diverse latitudini. Tuttavia pretende molto da chi lo osserva. E in questo sta forse il suo limite in quanto tende a risultare in tanti punti perfino respingente.

BIG3Il tecnicismo di tanti trucchi e termini ricorrenti nel gergo economico sono in realtà molto meno scontati per larga parte del pubblico, all’improvviso scaraventato in mezzo a meccanismi non sempre spiegati. Ciò non significa che occorra una laurea – e nemmeno alcuni esami – di economia per apprezzare La grande scommessa, quanto invece che essa richiede un’attenzione costante e senza cedimenti per tutta la sua durata. Un assenteismo mentale anche soltanto temporaneo renderebbe poco comprensibile o comunque faticosa la comprensione di un film che non lascia certo insoddisfatti, pur staccandosi dalla categoria dei film di finzione nella quale viene inserito. Forse con un’eccessiva leggerezza. Serio, per nulla giocoso né ironico, il film è un’analisi di quanto accadde nel tessuto della società americana, lasciando esplodere la miccia di quel ciclone che avrebbe poi spezzato le economia di mezzo pianeta. Uno sguardo disincantato che lo avvicina a ciò che, per natura, un film non è mai.

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