cr4Voglio farcela da solo, non perché sono figlio d’arte

 

Apollo era morto combattendo. Non era un dio greco, ma a suo modo era pur sempre un dio. E i pugni erano la nobile arte del suo singolare paradiso. Il suo mistero finì  tra i guantoni di Rocky Balboa, uno che ne aveva date più di quante ne avesse prese. E di quel rivale ebbe rispetto anche dopo la sua morte. E il proprio ritiro. Fin quando, alla porta del suo locale, bussò Donny che il cognome se lo era reinventato in Johnson ma era il figlio di Apollo. Sapeva tutto sui retroscena degli incontri fra il padre e Rocky, ma gli mancava un particolare. Chi vinse lo scontro a porte chiuse.

cr1Al giovane non serviva quel risultato, ma un allenatore. Un padre putativo per salire sul ring e mostrare che anche la classe è roba di sangue. E si eredita. Non è la regola, ma può accadere. Però non voleva vivere di rendita. Non voleva speculare sulla fama che fu di Apollo. Sfuggiva i paragoni e non certo per viltà, quanto per dare spessore alla propria personalità. Convincere il vecchio campione a tornare a bordo ring non è impresa semplice, Rocky non ne vuole sapere del pugilato. Gli basta sbarcare i giorni lavorando nel suo ritrovo e ritornando sulla tomba dell’indimenticata moglie. Ma a quel giovane nero, con tanta sana voglia dentro, non sa dire di no. Poi venne anche la malattia. Alla quale si arrendono anche i vecchi leoni ruggenti. Se non fosse per quel Donny che usa con gli altri la stessa severità che rivolge a se stesso.

cr2Creed – Nato per combattere di Ryan Coogler è un’appendice alla saga di Rocky e la storia segue cronologicamente quella del sesto episodio della serie, Rocky Balboa, diretto da Sylvester Stallone che in Creed è l’attore non protagonista candidato al premio di categoria ai Golden globe. Al suo fianco, Michael Jordan che recitò con Coogler Prossima fermata Fruitvale station e Tessa Thomson, già vista recentemente in Selma. Il pugilato, sport da sempre fra i più “cinegenici”, torna dunque in primo piano e il film brucia incassi su incassi negli Stati Uniti dove è uscito a novembre. Il film brucia il tempo e le oltre due ore di durata volano in un baleno ma non si pensi che Creed sia un capolavoro alla stregua di altri titoli con la nobile arte come sfondo. Siamo lontanissimi da Toro scatenato di Martin Scorsese o da Million dollar baby di Clint Eastwood, insomma. E siamo lontani anche da Il grande match di Peter Segal con lo stesso Stallone, protagonista a fianco del vecchio “toro” De Niro.

cr3Creed sa tenere alta la tensione, ma è prevedibile e scontato in ogni passo perfino in elementi collaterali e complementari della trama. Come l’amore che unisce Donny a Bianca, solita trita e ritrita messinscena di un incontro fra dirimpettai di casa, in attrito per banali motivi – il volume troppo alto della musica della ragazza che spiegherà anche la sua incipiente sordità – o il parallelo tra l’ascesa e il declino che pone, uno allo specchio dell’altro, il giovane astro dello sport e il vecchio campione che si ammala di cancro, proprio alla vigilia dello scontro più importante. La vita come alternanza. Alba e tramonto. Giocati all’ombra di quel tema del combattimento che rappresenta il filo conduttore delle sequenze. Balboa è il leone che non vuole sopportare la devastazione delle cure. E preferisce una dignitosa morte al braccio di ferro contro un nemico che ha nella sua ambigua e subliminale insinuazione il pugno del ko. Naturalmente sarà il rampante Donny a intaccare il machismo di Rocky convincendolo che per ognuno, al mondo e in ogni età, c’è un combattimento da sostenere. Dentro e fuori dal ring.

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