sp4Il caso Spotlight di Tom McCarthy non è un documentario. È necessario sgombrare il campo dai dubbi prima che sorgano, perché il film sembra davvero ciò che in realtà non è. Tuttavia, va altrettanto spiegato e chiarito che Il caso Spotlight non è nemmeno finzione cinematografica. E allora, sembra legittimo chiedersi che cosa sia. O a quale genere meriti di appartenere. La risposta è che forse appartiene al tutto e al nulla allo stesso tempo e l’unica categoria in cui ha diritto di inserirsi è quella – insolita quanto fantasiosa – delle pellicole sul giornalismo. Un filone densissimo che da un passato lontano a un vicino presente annovera titoli di tutto rispetto. Da Quarto potere a Prima pagina. Da L’ultima minaccia a Tutti gli uomini del presidente. Solo per citarne alcuni. Solo per citare i più noti, quelli nella mente e nell’immaginario collettivo. Quelli che hanno alimentato in molte generazioni il mito dell’inviato e dell’inchiesta. Salvo poi scoprire – per chi ce l’ha fatta – che quel mito è carta straccia. Pardon, celluloide straccia. Almeno allora. Ora è invece file pronto per il cestino informatico, visto che dal 2014 il grande schermo ha dato addio a rulli e pizze. Ciak, si gira in digitale.

sp1Nell’era di internet in cui tutti si inventano giornalisti, con una presenza sul web nelle sue mille declinazioni possibili. Nell’era di internet che ha sancito la morte del giornalismo d’inchiesta. Nell’era di internet in cui Youtube si sostituisce alla tv e sforna migliaia di filmati al giorno annullando le dimensioni di spazio e tempo. Nell’era dell’online che ha mandato in soffitta la carta stampata, almeno nella pionieristica America. Il cinema rispolvera forse l’ultimo suo scoop d’autore e lo racconta a una platea che forse ricomincerà a sognare quello che non c’è più. Il giornalismo di squadra. Il pool che indaga e smaschera “delitti” reali e “castighi” mancati. Siamo a Boston, cattolicissima enclave del Massachussets, patria dei Kennedy e dell’omosessualità. Siamo nel 2002 e Bernard Francis Law, cardinale di Santa Romana Chiesa, vescovo della metropoli nordamericana, è sospettato di aver “elegantemente” glissato sulle accuse e sulle colpe dei sacerdoti inclini alla pedofilia, nella diocesi di sua pertinenza. Spotlight è il nome del pool redazionale del Boston globe che riuscì a raccogliere testimonianze, grazie alle quali il prelato fu inchiodato alle sue responsabilità. Il silenzio. Oggi, Law, 84 anni suonati, è arciprete di Santa Maria Maggiore a Roma dopo aver dato le dimissioni, in conseguenza ai risultati di quell’inchiesta.

sp2Il caso Spotlight racconta queste ingombranti vicende con la dinamica che occuparono in quegli anni, ricalcando figure all’epoca in punti nevralgici del giornalismo. Della Chiesa. E della vita di tutti i giorni. Perché le vittime di quelle attenzioni particolari da parte di 249 preti hanno rivelato le invereconde mire dei ministri di Dio. Ne esce un film dall’alto potere della documentazione, tutt’altro che eccitante nei contenuti, dalla scenografia ripetitiva che in più punti segna il passo. Tuttavia sta proprio in questo suo attenersi rigorosamente alla verità il pregio maggiore di quest’opera del regista de L’ospite inatteso. Ogni attore ricalca su misura il personaggio che rappresenta fin quasi a fotocopiarlo nelle movenze e perfino nelle debolezze. Michael Keaton, indimenticato Birdman per Iñarritu, cresciuto in una famiglia dalle solide fondamenta cattoliche, ripropone con precisione la voce, la cadenza bostoniana, i gesti e perfino i tic comportamentali di Walter Robinson, capo del pool Spotlight. Lo stesso compie Rachel Mc Adams (Questione di tempo di Richard Curtis e To the wonder di Terrence Malick) interpretando Sacha Pfeiffer con la quale ha avuto più di un colloquio prima delle riprese. Mark Ruffalo (Shutter island di Martin Scorsese) ha seguito Mike Rezendes per lungo tempo imitandone la ritrosia alla chiacchiera. Liev Schreiber (Gigolò per caso di John Turturro, Defiance – I giorni del coraggio di Edward Zwick e Creed di Ryan Coogler) si propone nelle vesti del neo direttore del Boston globe, Marty Baron, con le stesse caratteristiche di quest’ultimo con il quale ha avuto contatti diretti. Scenografia aderente perfino nei particolari con il fenicottero rosa di peluche che campeggia nel suo studio e che – nella realtà – fu regalato a Baron dalla redazione del Miami Herald, quando si dimise per andare a dirigere il Globe. In controtendenza solo Stanley Tucci che non ha mai incontrato Mitchell Garabedian, l’avvocato delle vittime, uomo sbrigativo di cui ripropone le maniere brusche per averlo studiato nei filmati processuali.

S_07251.CR2Un cenno a parte merita John Slattery nelle vesti di Ben Bradlee jr, vice direttore del giornale di Boston. L’attore recita nei panni di un uomo che è figlio di Ben Bradlee, direttore del Washington Post negli anni Settanta rievocato direttamente in Tutti gli uomini del presidente (1976) di Alan Pakula incentrato sullo scandalo Watergate e che valse un Oscar per Jason Robards proprio nei panni di Bradlee senior. Con quest’ultimo film, Il caso Spotlight mostra somiglianze evidenti nella falsariga della trama – in entrambi i casi un pool e uno scandalo – staccandosi da una parte consistente del filone cinematografico sul giornalismo. Oggi, della pattuglia di Spotlight, è ancora in attività Walter Robinson che continua a firmare per il Boston globe e ricorda i 600 articoli pubblicati sull’argomento dei preti pedofili solo nell’anno solare 2002.

IL RETROSCENA - La scenografia merita uno sguardo attento. Non solo per il particolare del fenicottero nello studio di Baron che dà già una cifra della cura dei particolari, ma per i mutamenti storici intercorsi solo nei pochi anni che separano il periodo dell’inchiesta giornalistica da oggigiorno. La redazione del Boston globe è stata infatti ricreata con scrupolo e lo sforzo non va sottovalutato. Attualmente passato dalla pubblicazione della versione cartacea a quella soltanto online, si è rivelato necessario ricostruire la redazione con le postazioni giornalistiche di 14 anni fa. L’esperimento è riuscito non soltanto per la disponibilità del giornale a riprodurre lo scenario di allora, ma anche per la meticolosa costanza che ha portato il cast tecnico a trovare le attrezzature informatiche di quel periodo. Sono trascorsi pochi anni, in definitiva, ma un mondo – anche tecnologico – è già stato spazzato via. Niente smartphone. Pochissimi i monitor a schermo piatto e molto più frequenti con tubo catodico. Scomparso del tutto il palmare, nel 2002 molto in voga, soppiantato dai tablet all’epoca inesistenti.

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