diviIl cinema degli uomini. Tra passato e presente. Il significato di un divismo da manifesto. Visi simbolo. Desideri cullati e soffocati. Mistero di un’emulazione che si alimenta di sogno e ambizione, ma vive di disillusione. Divi – La mascolinità nel cinema italiano (Donzelli, pp. 152, 21 euro) dell’americana Jacqueline Reich e la britannica Catherine O’Rawe è un libro che tenta di districarsi fra le figure storiche della celluloide di casa nostra gettando una luce nuova e aggiornata sul fenomeno del divismo e soprattutto sulla sua storia. Come, insomma, è cambiato. In cosa, oggi, è diverso. A una parte introduttiva che vuol fissare i canoni e i requisiti dell’essere divo, segue una carrellata di volti e personaggi dai primi anni Venti al primo decennio del Duemila. Non a caso la copertina è una contrapposizione di volti. Marcello Mastroianni e Gian Maria Volontè. Visi che hanno fatto storia. E rappresentano un ponte tra i protodivi delle origini, come Bartolomeo Pagano – l’Ercole di Giovanni Pastrone – e l’icona delle adolescenti, Riccardo Scamarcio.

Il limite del volume, certamente interessante, delle due docenti universitarie di New York e Bristol sta proprio in questo voler forzare la mano ai concetti. Il pegno da pagare è forse quello di una non completa conoscenza dell’italianità, forse troppo studiata a tavolino e meno percepita nel rapporto diretto. La cura meticolosa, evidente nel tratteggiare i diversi ruoli dei vari attori nel corso della loro individuale filmografia si scontra con la scelta di aver incluso nell’olimpo dei divi chi divo non è. Non lo è Scamarcio, come non lo è – nemmeno lontanamente – Carlo Argentero. Quest’ultimo, nato artisticamente nel reality Il grande fratello, non ha minimamente lo spessore di Mastroianni o Gassman. De Sica o Nazzari. Raf Vallone, Sordi o, appunto, Volontè. Non lo sono nemmeno Benigni o Verdone, pur apprezzatissimo dal grande pubblico e a varie latitudini. Non lo è Toni Servillo, semmai attore feticcio di Sorrentino e, in questo, più al passo con i tempi suoi che sono anche i nostri.

gassmanDetto di questa criticabile scelta di nomi e volti che avrebbe lasciato spazio a un racconto più profondo e approfondito dei divi veri che ben maggior spazio avrebbero meritato, il libro merita una lettura per comprendere l’evoluzione di un fenomeno che oggi si è trasformato in qualcosa di simile ma che poco o nulla ha in comune con il concetto datato del divismo. Un termine, quest’ultimo, che ci riporta indietro a un passato fatto di origini e di miti oggi consegnati alle cineteche e immortalati per sempre in pellicole che solo i restauri possono preservare e salvare da una morte imposta dal deterioramento delle emulsioni chimiche sulle bobine. Le riflessioni delle due studiose sono dunque cariche di un potere seduttivo, purtroppo lasciato in sospeso proprio sul più bello. Come un film appassionante che all’improvviso diventa un po’ troppo scontato.

mastroDivi merita la lettura purché non ci si lasci catturare dalla nostalgia di ciò che sarebbe potuto essere se si fosse preso atto che il divismo è storia che appartiene al passato. E in questa chiave è bellissima la sezione che mette in parallelo due personaggi tanto diversi come il citato Pagano ed Emilio Ghione, il celebre Za la Mort, oggi poco noto ai più giovani e forse proprio per questo più meritevole di approfondimenti e racconti. Resta da chiedersi perfino se è esatta la scelta di definire Gassman l’icona dell’italiano medio e Sordi il divo della commedia all’italiana e non semmai capovolgere i due concetti inquadrando Albertone come l’italiano medio che fu e descrivendo Gassman come il divo multiforme che attraversò figure diversissime. Da Brancaleone al ladro da strapazzo dei Soliti ignoti. Dal vitellone de Il sorpasso ai trascorsi da divo vero. Quando approdò a Hollywood e se ne tornò con Shelley Winters. Possiamo insomma essere fieri se oltreoceano guardano all’Italia oggi che Scamarcio e Servillo hanno preso il posto di Mastroianni e Gassman, anche se forse a chi scrive del Belpaese servirebbe una conoscenza più reale di quello che lo Stivale è stato allora. Ed è oggi.

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