cho1Se farai Otello, sarai un nero. Altrimenti resti un pagliaccio

 

cho3Sogno e magia. Effetti di un circo che tocca il cuore. Aiuta a sorridere. E ricorda che, dietro ogni risata, sta il retrogusto amaro della caricatura. E delle tinte forzate. Sapore del sentimento. E profumo di nostalgia. Solidarietà di un tendone. Povertà dissimulata. Un trucco che offre lineamenti diversi. Footit e Chocolat erano due clown. E non facevano ridere. L’Ottocento stava traghettando l’Europa verso un futuro diverso. Non necessariamente migliore. Footit e Chocolat erano diversi. Un bianco. E un nero. Colori opposti, identica faccia della miseria. La ricetta del loro successo fu la più semplice e scontata. Goffe liti sul tondino. Finti cazzotti. Veri calci nel sedere. Il nero, regolarmente battuto, divertiva i borghesi della provincia francese. Footit e Chocolat fecero fortuna con questa macchietta, oggi scontata. Ma, ora come allora, li fece ricchi. E approdarono a Parigi. Folies Bergère. Era il 1905 e di razzismo non parlava nessuno, tuttavia nell’animo di Chocolat qualcosa si mosse. Iniziò per gioco, forse per scherzo. Finì che la coppia scoppiò. Anche nell’arena del circo. Ma Footit e Chocolat erano già diventati grandi. I grandi della risata francese. Avevano insegnato a un cinema in fasce che le pedate nel fondoschiena regalano ilarità e applausi. E quando ride, l’uomo dimentica. Tutto. Anche quell’offesa nascosta da cui il divertimento nasce. I primi comici delle origini avrebbero tratto linfa vitale da quei due attori ante litteram. Ma il talento non è moneta uniforme. Non vale per tutte le arti. Non paga per tutti i copioni. Chocolat arrogò pretese di affrancamento dalla schiavitù del nero. I suoi campi di cotone erano i ceffoni di Footit. Ma il clown che vuol camminare come Otello, talvolta inciampa. E Chocolat dovette arrendersi alla sconfitta, che non è fatta soltanto dell’umile bravura di un pierrot perfetto, ma è anche l’abilità di non lasciarsi lusingare dal gioco e gli sperperi. Ad atterrarlo è la vita. Quella che ha saputo vivere, ma non ha saputo riconoscere.

cho9Footit e Chocolat sono esistiti davvero. E sono morti giovani. Il primo a 57, il secondo intorno ai 50 anni. Il cinema non li ha mai dimenticati. Nemmeno ora che Roschdy Zem, attore (AlaskaLa moglie del cuoco) e regista ha confezionato questo Chocolat, un film che arriva in Italia con il titolo di Mister Chocolat. Mister significa davvero poco. E bastava Chocolat. Come nella realtà. Come nella storia, quella vera. Ma tant’è. Un film eccelso con un unico piccolo neo. I personaggi non sono totalmente inediti. Una piccolissima carenza di originalità che si può perdonare, alla luce del garbo raffinato di una pellicola della quale si sentiva la necessità. Footit e Chocolat ne hanno fatta di strada. Da morti più che da vivi. Nel 1951 li ricordò Vincente Minelli in Un americano a Parigi che fece danzare a Gene Kelly un numero di quel clown nero.  Non sfuggirono a John Huston, l’anno dopo, quando girò Moulin Rouge e altrettanto ha fatto Baz Luhrmann nel 2001 riprendendo spunto dal titolo di Huston con annessi e connessi. Ma se tutti questi omaggi sono semplicemente citazioni o puri cammei di spettacolo, lo Chocolat di Zem è il racconto di due vite. Due personaggi. Due artisti. Due uomini. Due cuori.

cho2Il tema della povertà e del desiderio di abbandonarla con i calci e gli sberleffi, nell’unica parentesi di svago che quell’artigianale tendone offriva ai contadini di campagne depresse. Dove i volti erano segnati da una vita spesso di stenti. Tuttavia, anche gli umili sanno leggere gesti. Il nero perenne bersaglio della tracotanza del bianco – seppur a fini comici – nascondeva un retrogusto di angoscia. Il misero che diventa un ricco è spesso un miope che dimentica gli amori ruspanti e finisce per essere il burattino di sfruttatori. Chocolat (Omar Sy) si atteggia da divo, ma sarà uno sconosciuto della sua stessa razza ad ammonirlo. Prendere schiaffi non significa restituire libertà e dignità ai neri. “Quando farai Otello, allora avrai fatto del bene alla tua gente“. Il primo germe di rivolta inizia in quel momento e l’aspetto del confronto-scontro fra etnie comincia a fare capolino. E nel tessuto di una povertà, cancellata da un’improvvisa celebrità, s’innesta il fragore distruttivo di un uomo alla conquista disperata della propria dignità razziale. Ascesa e declino. Tramonto di un uomo. La malattia è il simbolo della sconfitta. La resa a una ricchezza male utilizzata. La fine di un prestigio da se stesso calpestato.

EXCLU PARIS : One day of the shooting of ' Chocolat ' the new movie of Roschdy Zem. Nel film, insomma, non tutto è scontato. Non tutto è un déjà vu. Chocolat offre tanto. Il colore del sentimento. E il calore del sentimento. Quello che va oltre il razzismo. La schiavitù. La superiorità. La sconfitta. La malattia. E perfino la morte. Quella che coglie il pagliaccio con le mani della tisi. Il nero soccombe, ma al suo capezzale non restano impresari e belle donne. Bigliettoni e lustrini. Solo lo sguardo nostalgico del vecchio compagno. Footit s’insinua curioso fra le fotografie appese al muro. Il sapore del passato. Il brivido di un affetto che né pedate nel sedere né ceffoni sulla pedana possono dissimulare. L’amico bianco con cui il clown condivise tante risate è l’unico cuore che continua a battere. E la scena richiama alla mente un’analoga sequenza. Luci della ribalta di Charlie Chaplin si conclude con il vecchio Calvero che muore sotto il palcoscenico dove la sua allieva sta finalmente trovando il successo. Lo sguardo è quello malinconico di un testimone che passa. Un tempo che non si arresta. Un brivido che attanaglia mente e sensazioni. Footit e Chocolat come Calvero e la giovane stellina della danza.

cho6A collegare il vecchio saltimbanco che assiste Chocolat al toccante film del maestro inglese c’è poi un legame intimo e artistico. La parte del clown bianco è affidata da Roschdy Zem a James Thiérrée. E quest’ultimo, altri non è se non il nipote di Charlot. Figlio di Jean Baptiste Thiérrée e di Victoria Chaplin, Thiérrée è cresciuto nel circo. A suo padre si deve “Le cirque imaginaire” nel quale il quarantenne James è un apprezzatissimo acrobata, oltre che trapezista, mimo e clown. E, al circo, nonno Chaplin dedicò un film nel 1928. Tutto torna, insomma, come in un affascinante gioco del destino in cui si fonde anche la natura dell’emigrante. Presente in Charlie Chaplin, che dalla natia Inghilterra trovò fortuna negli Stati Uniti. In Chocolat di origini cubane ma naturalizzato francese. E, alla fin fine, perfino nello stesso Thiérrée, nato a Losanna, ma oggi attore francese che a Parigi ha acquisito fama e dimensione.

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