DRE1Dungatar, provincia del nulla. Il paese non esiste sulla mappa geografica. Ma, come non puoi non sapere se ci sei stato almeno una volta nella vita, sono infiniti i Dungatar d’Australia. Come è infinito il suo nulla. Luogo d’invenzione dunque, come partorito dalla fantasia è il demonio, ma non la demoniaca volontà di far soffrire chi ha imposto sofferenza. In una parola, vendetta. Quella che viene raccontata in The dressmaker – Il diavolo è tornato di Jocelyn Moorhouse è la storia di una ragazzina incolpata ingiustamente della morte di un coetaneo e, per questo, espulsa dal villaggio che continua a tenere nel proprio seno pazzi, mentitori, adulteri e corrotti. Tilly è sufficientemente giovane per sapere che la sua colpa è pari a Dungatar. Mai esistita. E in quel villaggio ai piedi di una collina – anch’essa una rarità assoluta nella terra dei canguri – la donna torna elegantemente abbigliata di rosso e di nero per portare a termine il suo piano di passione e lutto. Trova l’anziana madre sull’orlo di una lucida follia e il paese che aveva lasciato prima di emigrare in Europa ed entrare nelle boutique di Balenciaga e Dior, dove ha imparato l’arte della seduzione fatta abbigliamento. Il ritorno ha il sapore acido e penetrante di chi non ha digerito. E Tilly (Kate Winslet) pur innamorandosi di Teddy (Liam Hemsworth) non rinuncia a togliersi lo sfizio di seminare il rancore, coltivando il proprio odio per incendiare – non solo materialmente – un inferno di malvagi pettegolezzi.

DRE2The dressmaker è un buon film che non calca eccessivamente la mano sul lato tragico perché, più dei drammi psicologici si dovrebbe sottolineare il livore e l’ostilità che dividono la collettività, cioè Dungatar rispetto a Tilly e alla vecchia madre sull’orlo della pazzia. In realtà a questa insolita coppia che fatica a ritrovare la coesione, perdutasi nel tempo, si aggiungono Teddy e il defilato fratello di quest’ultimo, matto davvero e perciò mai creduto, nemmeno quando la sua testimonianza varrebbe a prosciogliere Tilly dalle infamanti accuse addossatele. Al di là delle tematiche che si circoscrivono all’odio  e all’intolleranza dei concittadini per quella ragazzina, va invece sottolineato – come in poche altre opere accade – il valore e il significato degli abiti all’interno della rappresentazione. La moda diventa in quest’occasione un personaggio autonomo, dotato di propria individualità e carattere. Non si tratta quindi di uno dei molti comprimari che fanno da cornice all’intreccio generale, ma di un’arma vera e propria. L’ordito di Tilly, sarta di ritorno, si compie proprio puntando sul tallone d’Achille della femminilità. La vanità di un bel vestito. Un trucco curato. Un’acconciatura affascinante. E su questo terreno la “dressmaker” Tilly sconfiggerà la modesta rivale, importata dalla metropoli, per mettere gli uni contro le altre uomini e donne.

DRE3La moda diventa così terreno di scontro nel tentativo, affatto nascosto, di dimostrare come non esistano donne brutte, ma soltanto creature incapaci di valorizzare se stesse. Una tesi eccessiva e forse perdente in assoluto, che si sforza di sottolineare come la femminilità abbia sempre qualche arma sulla quale puntare. Occorre scoprirla senza abbassare la guardia. E quando questo “miracolo” si compie, il potere seduttivo prende il sopravvento. Tuttavia sarebbe un errore fatale considerare The dressmaker come l’eterno inconsistente e odioso braccio di ferro donna-uomo. È piuttosto una contrapposizione verità-bugia. Non a caso gli abiti si indossano e si tolgono. Non a caso la nudità è una metafora di se stessa. L’onestà di apparire senza veli riconoscendo torti e ragioni di madre natura. Ciò che a Tilly è stato negato – ovvero, l’ammissione reale di una colpa mai commessa – si coniuga con i travestimenti da mentitori indossati da uomini e donne di un’intera collettività. Il vestito come una maschera che sale e cade. Copre e scopre corpi nella stessa misura in cui diventa anche una veste etica dietro la quale celare le proprie ambiguità. La figura del sindaco e del farmacista appaiono casi esemplari ed esemplificativi in questa scacchiera dove una sarta dà scacco al re. E non è un caso nemmeno che il primo cittadino non si scopra mai, finché non viene smascherato davvero dalla moglie, proprio attraverso un nuovo abito. Avvenenza riconquistata che porta la donna a un livello di superiorità rispetto al fedifrago consorte, apparendo finalmente superiore a lui nella forma come nella sostanza.

DRE5L’oscillazione tra sincerità e bugia trova la sua espressione nella figura di un poliziotto che fluttua tra etero e omo, senza null’altro tradire se non soltanto la propria indomita passione di indossare vestiti da donna. E specchiarsi in un’attrazione cui soltanto i baffi sembrano in controtendenza. Insolita passerella per un tutore dell’ordine, la “debolezza” della sua narcisistica vanità non si circoscrive alla specifica volontà di apparire ma si allarga alla sua impossibilità di ammettere una verità ufficialmente rappresentata dai vestiti femminili, accanto a una falsità di cui è simbolo la divisa come suprema espressione di un maschilismo messo in discussione dalla sua stessa natura. L’abbigliamento cessa dunque di essere vezzosità fine a se stessa e diventa strumento. L’umiltà di un abito dimesso lascia il posto a uno stile che, oltre all’esteriorità è un’autentico desiderio di confronto con il dichiarato ed esplicito scopo di rivelarsi superiori. Etica ed estetica si fondono, proprio come due parole in cui una contiene l’altra. Affermazione esibita, al contrario di una finta verità subliminale, nascosta tra le pieghe della falsità. E non è un caso neppure se Tilly si presenta con un elegante e ammaliante abito rosso fuoco che sembra anticipare fiamme vere e proprie. Seduzione che turba e arresta perfino il machismo più schietto, rappresentato nella partita di rugby interrotta da quella sorta di misteriosa maliarda, tornata in silenzio e su un tacco dodici per calpestare i colpevoli della propria umiliazione. Vestirsi, insomma, non è solo il desiderio di apparire desiderabili, ma è soprattutto il segnale più efficace del distacco che la donna affermata mette fra se stessa e il popolo di straccioni dal quale un tempo fu espulsa. Ancora una volta un abito. Radice comune di abitare, cioè risiedere. Vivere. Rosso come la passione. Il rogo. Il sangue che ribolle e viene versato. Il guardaroba come segno di distinzione. Un colore che simboleggia da sempre la lotta e la volontà di capovolgimenti. E una verità che si fa strada tra le menzogne. Bruciate e incenerite.

DRE6IL RETROSCENA – The dressmaker – Il diavolo è tornato prende spunto da un romanzo che porta lo stesso titolo ed esce nel 2000 a firma di Rosalie Ham, scrittrice australiana di 61 anni. A chiederne i diritti è la produttrice Sue Maslin, anch’essa australiana, incuriosita da un nome e cognome che le paiono familiari. Scopre infatti che la Ham è una vecchia compagna di scuola e di divertimenti, persa sulle strade della vita. Entrambe originarie di Jerilderie, piccolo paese nei pressi di Melbourne, le due donne si ritrovano a distanza di moltissimi anni e si perdono nei ricordi di un’infanzia comune. Tuttavia la Ham non può accontentare l’amica perché su The dressmaker c’è una prenotazione da parte di un altro produttore. Il caso vuole che quest’ultimo, ignaro dei legami e dell’incontro fra la scrittrice e la Maslin, rinunci ad esercitare il promesso acquisto dei diritti. A quel punto la Ham glissa elegantemente, evitando insistenze e decide di offrire il romanzo alla vecchia compagna di banco. Virtù delle conoscenze in cui tutto il mondo è paese. Alle due donne se ne è poi aggiunta una terza, Jocelyn Moorhouse, anch’essa di Melbourne. Inutile spiegare, a questo punto, perché la moda – e, con essa, la femminilità – abbia un ruolo centrale e prevalente.

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