memoSiamo tutti ruscelli di un unico fiume (Raùl Zurita)

Un bottone di madreperla incrostato di ruggine in una rotaia in fondo al mare. L’acqua e l’uomo. Tracce di una convivenza che ha significato morte e tragedia. Ma anche vita. Da un blocco di ghiaccio, ultime vestigia restituite dal deserto di Atacama, all’acqua dell’oceano. Baratro e immensità di un dramma affogato nella memoria e in fondo al mare. E attraverso queste acque che bagnano 4.500 chilometri di costa, il Cile si racconta. E racconta i suoi fantasmi. I mostri di ieri, ancora presenti in tanti volti di oggi. Storia di popolazioni scomparse. Cancellate dalla violenza di una colonizzazione che si spacciava per civiltà, ma sapeva di morte. Storia di un oceano che si trasforma in una tomba. La più lugubre. Quella che seppellisce corpi e non dà un senso alle lacrime di chi, quei cadaveri, li vorrebbe per offrirgli una più dignitosa tumulazione. Un luogo preciso al posto di un nulla sconfinato.

memo1Il Novecento è stato il secolo dei desaparecidos. Villa Grimaldi, a Santiago, è l’ultima stazione prima che una generazione di giovani venisse decimata dai sicari del generale Augusto Pinochet. Uomini e donne dei quali si sono perse le tracce. Nottetempo. Gettati in mare – vivi o morti – dall’alto di elicotteri dell’esercito. Uccisi dall’omertà dei civili e dalla cattiveria insulsa dei militari, prima ancora che a stroncarli fossero gratuite torture. Il tema appartiene alla memoria di un Paese che non può metabolizzare il martirio. Dolore che ancora si legge dritto negli occhi di chi inspiegabilmente uscì vivo dai campi di detenzione della dittatura. La memoria dell’acqua di Patricio Guzmàn tocca questo tasto con la forma di documentario perché non sia solo la finzione a scolpirlo nei muti muri della Storia. I riferimenti vanno a molti titoli offerti su questo argomento dalla cinematografia. Dall’Argentina al Cile, i Paesi più colpiti, dove le ferite sanguinano ancora davanti agli occhi immemori di una memoria collettiva che non ha confini. I desaparecidos e la loro angosciante vicenda, sparsa nelle pareti senza orecchie né occhi di chi fu connivente con quegli sterminatori. La notte delle matite spezzate di Hector Oliveira, Cautiva di Gastòn Biraben, La storia ufficiale di Luis Puenzo e il recente Infanzia clandestina di Benjamin Àvila parlando di Sudamerica argentino, ma potrebbero essere tutto e dovunque in questo continente ucciso dalla violenza. Missing di Costantin Costa-Gavras parla di Cile, ma anche lui ha le atmosfere cupe di un dramma senza patria e senza confini.

memo2Ma il Novecento fu anche la culla disgustosa di un altro massacro, quello dei Selknam. Un nome che non evoca ricordi perché i nonni non hanno più nipoti. Abitavano la Patagonia e a scoprirli fu Hernando Magallanes – più noto come Ferdinando Magellano – nel Cinquecento, quando scoprì lo stretto che a lui deve il nome. La violenza dei colonizzatori debellò quell’etnia tra il 1895 e il 1904. Fu una caccia all’uomo e oggi di loro non esiste più nulla se non che la terra può solo ricordare. A resistere sono solo individualità di una stirpe ad essi collegata. I kawesqàr. Parlano una lingua che nulla ha in comune con lo spagnolo. Non si sentono cileni, ma sono legati all’acqua. Dove sono cresciuti. E li ha tenuti a battesimo insegnando loro a nuotare e pescare. Ovvero a sopravvivere. Il dramma di una minoranza senza tempo. Senza terra. Senza nemmeno un futuro. Una domanda. “Come si dice Dio nella vostra lingua”, chiede la voce guida. Pregunta sin respuesta. “Non si dice. Non lo abbiamo”. E così sia. I selknam credevano che la morte trasformasse i corpi dei defunti nelle stelle. E lassù, da qualche parte fra Sirio e Orione, ci siano quegli uomini e quelle donne, trucidati per nulla. In cambio di un lira per ogni testicolo riportato o ogni seno esibito. Luridi trofei dell’inumanità. Oggi qualcuno si domanda perché in Sudamerica la vita valga meno di un lira. Forse occorrerebbe chiederlo all’acqua.

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