al1Non si fa che una parte del cammino insieme, prima o poi dovremo separarci…

 

Le forme triangolari dell’amore non sono direttamente proporzionali alle strade della Cina, divise tra progresso e realtà. Ma a Tao, una ventenne di fine millennio, è chiesto proprio di decidere fra un coetaneo ricco, affamato di fama e denaro, oppure un minatore. E, detto così, l’enigma sembra fin troppo banale. “Possiamo restare amici” spiega lei al povero deluso Liangzi. Un pugno non è sufficiente a stendere le ambizioni di Zhang, che gli ruba il cuore della bella Tao e perfino il futuro. Ebbene. La solita insalata sentimentale condita con l’aceto del dramma non è mai stato così lontano dalla realtà. Al di là delle montagne di Jia Zhang-Ke, indimenticato autore di Still life (2006) e attento osservatore della società orientale, si proietta molto oltre questa ristretta e frequentata dimensione e si spinge oltre l’individualità della storia che diventa storiella nel semplice intreccio dei tre protagonisti. Al centro della vicenda sta l’evoluzione e il cambiamento di un Paese intero e sconfinato che trova nei due uomini e la donna soltanto i simboli concreti della sua metamorfosi dai mille volti. Il regista s’impegna in questa chiave, adottando un linguaggio cinematografico singolare, dividendo il film in tre tronconi temporali diversi. Gli ultimi giorni del 1999. Il 2014. E il 2025. Passato, presente e futuro, insomma. Ognuno di essi è accompagnato da un formato diverso dell’immagine. Classico per il passaggio dal vecchio al nuovo secolo. Panoramico per l’attualità. Cinemascope per il domani.

al3OMBRE DEL PASSATO - Cambiano le prospettive in concomitanza con lo sviluppo delle vicende di ognuno pur sempre attraversate con un occhio allargato in grado di mostrare i risvolti della storia della Cina a cui i tre sono profondamente legati, seppur in modi diversi. Le nozze di Zhang e Tao rappresentano l’ottimismo e la felicità di una generazione, che si accorge di essere al bivio rispetto ai loro nonni, cresciuti in una retrograda situazione di cristallina povertà. Liangzi, a suo modo, è l’icona di questo residuo che continua a ossidare anche i giovani rimasti attaccati alle vecchie professioni in crisi. I posti di lavoro che muoiono perché muore un’idea di Stato. Nascono nuove professioni che spingono alla fuga. Alla scommessa giocata su altri tavoli. Gli stessi che la nuova coppia decide di affrontare mettendo al mondo un bambino e dandogli il singolare nome di Dollar. Un simbolo anch’esso. Il nome non esiste nella cultura cinese, l’evocazione di una moneta pregiata, sempre rincorsa e raramente raggiunta, comincia a circolare con frequenza tra le mani bianche dei cinesi. Soprattutto, rappresenta la svolta ancora non compiuta. Un’anima futuribile che porta nel suo seno le tracce di una nazione consunta che sta cambiando faccia. Liangzi emigra, ma non riesce a riscattarsi dalla sua idea di Cina agricola e umile. Modesta e povera. Priva della speranza di un riscatto reale.

al2LA CONQUISTA DEL BENESSERE - L’attualità ha il volto di una positività di sola facciata. Il progresso non cancella e non nasconde i problemi. Muore un mercato del lavoro. Intossicato dai mali che certi mestieri si portano addosso quasi a simboleggiare la tossicità di una nazione che va scomparendo ogni anno sempre più. Liangzi ne è l’immagine. La miniera è stata chiusa ma nei suoi polmoni ci sono tracce di un passato indelebile che lo porta dritto verso una chemioterapia, in contrasto con i colori foschi dell’indigenza. Curarsi diventa impossibile per i poveri. Una correlazione indiretta con le ricchezze accumulate dal rivale Zhang, nel frattempo “emigrato” a Shangai, cuore pulsante dell’economia dagli occhi a mandorla. La malattia si specchia così nella ricchezza delle nuove professioni. Non a caso, Zhang, con il figlio in braccio appena nato, promette: “Guadagnerò tanti dollari per te”. Ma l’orizzonte felice di un prosperoso conto in banca si coniuga alla fine dell’amore per Tao. I due si separano e il piccolo Dollar resta con il padre. Piccoli cinesi rampanti crescono, mentre le vecchie generazioni si spengono, piegate dal male del secolo e le mogli soffrono le sofferenze di una società divisa. La compagna di Liangzi piange il dramma del marito vicino a spegnersi e chiede aiuti economici, mentre Tao piange il fallimento di quel matrimonio che le aveva fatto intuire rosei orizzonti. Una presa di consapevolezza che si coniuga con un’altra morte – quella del padre di Tao – grazie alla quale essa riesce a ritrovare il figlio, non in grado di riconoscerla e di nutrire per lei amore filiale. L’umanità si sfilaccia di fronte alle nuove tendenze di un progresso di fatto abortito nei valori ma prospero nell’economia.

al4IL FALLIMENTO CHE VERRÀ - Solo l’immaginazione può comporre il profilo della Cina del 2025. Le sensazioni del regista sono cupe. I successi economici non donano alcun tipo di felicità. Liangzi scompare lentamente dalla storia. Se ne allontana progressivamente simboleggiando la scomparsa di quei ceti di cui era la personificazione. Anche Tao appartiene a un mondo ormai tramontato “Non canto più perché non ho più belle parole” le fa dire Zhang-Ke che, dell’attrice Zhao Tao, è anche marito fuor di finzione. Il futuro non ha belle parole perché, semplicemente, non ha parole. Dollar, spedito in Australia per diventare occidentale di seconda generazione, perde completamente le proprie origini e il loro sapore. È costretto a prendere lezioni di cinese ma non riesce a intendersi neppure con quel padre che ha puntato su di lui dollari e speranze. Avrà bisogno di un’interprete per comunicare. E starà alla voce della maestra di una lingua solo teoricamente “straniera”, spiegare al genitore ciò che il figlio non è in grado di dirgli. Ovvero il ritorno. L’inglese non si coniuga all’orientale. È la resa a qualsiasi professione che sia in grado di farlo sentire un uomo, fuori dal melting pot di una Sydney che fa da contrasto e confine tra il mondo orientale che cambia e quello occidentale, solo apparentemente immobile. La chiave che porta al collo, donatagli dalla madre, sarà la vera chiosa che il regista lascia alle immagini. Sapore di casa. Anelito di un ritorno al passato che non ha profumi nostalgici, ma solo la dimostrazione di un benessere talvolta sinonimo di corruzione. Nella natura. Lo scontro e la frattura tra Dollar e il padre è totale e direttamente equiparabile al fallimento di una fiducia eccessiva, riposta nel futuro verde di un dollaro come imperatore di vite. Al di la delle montagne è un ritratto di civiltà. Una prospettiva sull’evoluzione che troppo spesso ha le tinte di un’involuzione. E nella triplice scansione del film, come nella metafora di questi amori si intravvedono tracce di analogia con Sole alto di Dalibor Matanic, anch’esso appartenente alle nuove cinematografie, oggi sempre più interessate a mettere a fuoco la faccia triste e lacrimosa del successo.

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