Cinema e neuroscienze, ovvero come il grande schermo sollecita e solletica il corpo. È opinione ingiustamente diffusa che guardare un film sia attività rilassante e distensiva, lontanissima dal coinvolgere la corporeità nel suo insieme. Ebbene, si sappia invece che accade tutt’altro quando ci troviamo in sala. Non è soltanto la vista a essere stimolata per l’attività di vedere quanto accade di fronte a noi nella finzione cinematografica. L’intero apparato nervoso e sensoriale subisce un coinvolgimento che parte dal cervello e si allarga alla psicologia. Alle emozioni. Perfino alla muscolarità. Insomma, ben altro che una riposante pausa dall’attività fisica. A spiegare i complessi meccanismi che portano la macchina del nostro organismo a lavorare assiduamente anche durante la visione di una “pellicola” – rigorosamente tra virgolette perché la celluloide è ormai abolita dal 2014 – è un libro di Vittorio Gallese e Michele Guerra, dal titolo eloquente Lo schermo empatico per i tipi di Raffaello Cortina. Argomento riservato agli studiosi di cinema e un po’ più lontano invece dallo spettatore tipo, attento al lato divertente del cinema, il volume riserva sorprese e scoperte interessantissime in una delle nuove frontiere, la neuroscienza appunto. Applicata ormai al cinema come alle materie giuridiche. Alla criminologia. E a quant’altro ancora verrà.

schermoEstremamente documentato e attentamente concepito attraverso il supporto di alcuni film del passato come Notorious di Alfred Hitchcock, Persona di Ingmar Bergman, Shining di Stanley Kubrick e Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, gli autori – un neuroscienziato appunto e un teorico del cinema – conducono il discorso e il lettore attraverso un viaggio impegnativo ma stupefacente. Lo studio delle reazioni del nostro corpo all’osservazione dei trucchi scenografici, ai quali la nostra sensorialità risponde in modi diversissimi, ha il fascino di una scoperta che è allo stesso tempo un modo nuovo di osservare il cinema come se avessimo di fronte a noi una sorta di specchio invisibile, in grado di riflettere reazioni e meccanismi finora insondati e insondabili, da oggi invece alla portata di chi non accetta supinamente la visione di un film, ma vuol comprendere come risponde il fisico alla suspense. All’horror. Al dramma. Alle riprese a più alto tasso di choc. La tesi della simulazione incarnata – basata sull’attivazione dei neuroni specchio localizzati nelle regioni parieto-motorie del cervello – sostiene che l’osservazione di azioni o comportamenti stimola nell’osservatore l’entrata in funzione dei medesimi circuiti nervosi che ne controllano l’esecuzione, dando vita proprio a una sorta di imitazione del modello. Le reti neuronali, costituite attraverso la costruzione dei rapporti con il mondo esterno, sovrintendono a questo comportamento che, senza accorgercene, si accende proprio in presenza di movimenti che si compiono davanti a noi. A metà strada fra percezione e riproposizione, la simulazione incarnata mette lo spettatore in condizione di non osservare passivamente una sequenza nemmeno quando egli crede di essersi completamente distaccato dal mondo che lo circonda. La lettura de Lo schermo empatico giunge così a centrare un traguardo importante, cioè la consapevolezza che non si è immobili nemmeno sulla poltrona di un cinema. Il libro, fra i più interessanti del panorama librario recente, dà molto e molto pretende da chi legge. Sconsigliato per chi decide di sforgliarne le pagine prima di addormentarsi, il testo di Gallese e Guerra richiede l’attenzione della veglia, riflessi pronti e un cervello brillante. La dissertazione costringe a più riprese a non tenere bassa l’attenzione ma a concentrarsi su una materia certamente difficoltosa ma di grande soddisfazione. Soprattutto per lo stupore che comporta lo scoprire che il nostro corpo non è immobile nell’attività che per antonomasia sembra richiedere proprio un’assenza di motilità.

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