flo4Il nome di uno stato. E di una fuga. Dal presente. Dall’anzianità. Dalla temuta fine di tutto. E perfino dalla demenza. Trasformazione di corpi e cervelli. L’ostinazione a volerci essere anche quando tutto sembra cospirare verso il non esserci più. Abdicare alla propria memoria. Gli ultimi bagliori prima delle tenebre. Le ultime impennate di un sentimento mai sopito che gli anni non possono offuscare o cancellare. Una corsa a perdifiato dentro e fuori dai confini del tutto. E dell’unità famiglia. Florida di Philippe Le Guay, apprezzato regista di Molière in bicicletta, è un fiume cinematografico in cui confluiscono apporti eterogenei. Un po’ road movie e un po’ film su una vecchiaia allegra, con la sfumatura triste del capolinea della lucidità, l’ultima fatica di Le Guay – presentata al Festival di Locarno 2015 – si inserisce in un doppio filone che da un lato si ricollega ai viaggi in auto (Il sorpasso) o in aereo (Un biglietto per due) e dall’altro ai molti titoli sulla terza età. Amour di Michael Haneke è solo uno degli ultimi esempi, insieme a Mister Morgan di Sandra Nettelbeck. E, come in questi due casi, c’è un talento vero ultra ottuagenario a ritrarre la frontiera estrema della vita. Jean Rochefort come Jean Louis Trintignant e Michael Caine lo erano stati rispettivamente negli altri due esempi citati.

flo1Nella fattispecie, Claude Lherminier non ha perso colpi nonostante gli ottanta. O almeno, così sembra. In realtà la demenza è in agguato e se ne è accorta la figlia che deve tamponare le domestiche, a metà strada fra cameriere e badanti, con le quali il vecchio entra in perenne conflitto. Facendole letteralmente fuggire. Carole, che ha sostituito il padre anche alla guida dell’azienda per raggiunti limiti di consapevolezza, deve trovare nuove assistenti dedite alla cura di un uomo bizzarro e insofferente. La ricompensa che gliene viene è amara. Lherminier, come tutti i “diversamente giovani”, considera naturale e scontato avere al fianco quella figlia e, proprio per questa ragione, prevale in lui il desiderio di rivedere l’altra, Alice, che invece vive in Florida. Di soppiatto esce di casa, sale sul primo volo per lo stato del Sud e getta nel disorientamento e nell’ansia la povera Carole. Inizia a quel punto la ricerca spasmodica del genitore eclissatosi sulle orme di se stesso. Toni allegri e mai cupi, scanzonati e brillanti, con un retrogusto amaro come sempre si rivela la frontiera di un’età così tarda, Florida tocca – e forse invade – una quotidianità più ricorrente di quello che si possa pensare. Il desiderio che finisce limitato e assume il sapore di una fuga per la libertà. Un’apprensione che assomiglia al restringimento di quei confini, come se la vita, alla fine, tornasse a essere quello che era all’inizio. Né bambini né anziani possono disporre di una totale disponibilità di azione.

flo3Il parigino Le Guay ci mette il sale di una ricerca dei caratteri e della fisionomia umana come si è visto anche in altri suoi lavori precedenti, su tutti il magistrale Molière in bicicletta dove si confrontavano due attori e una donna reduce da un passato difficile. Qui, come nel precedente titolo, la tristezza e l’angoscia si stemperano davanti a un’allegria sofferta. Il sorriso accennato non nasconde i problemi e i guai che la vita vera porta sempre con sé. Padre e figlia sono il contrasto e i due volti opposti della consapevolezza. Chi la sta perdendo e chi la detiene. Ma, allo stesso tempo, fra queste due figure prende corpo il rapporto fra controllato e controllore che trova un terzo termine di paragone nella figlia assente che inevitabilmente fa rima con il permissivismo che Carole deve invece limitare per garantire la sicurezza del padre. Trasversalmente a questa triangolarità libertaria, c’è una Carole che rischia di vedere affogare il suo matrimonio proprio nella dedizione totale all’assistenza del genitore, a scapito di un’attenzione meno marcata nei confronti del marito. Il sapore dolceamaro dell’esistenza, insomma. Si ride per i capricci di un vecchio un po’ bambino. E si torna seri quando ci si accorge che sul grande schermo scorrono anche fotogrammi di verità.

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