mon1Quanto vale la mia vita, vediamo…

L’aggressione è vera, ma la bomba è un gioco. Il confine fra conoscenza e finzione è fragile. E sta tutto qui. In un attentatore che irrompe negli studi televisivi di una trasmissione di successo, minacciando di far saltare in aria la baracca. E obbligando il conduttore a indossare un giubbotto esplosivo di cui egli tiene in mano il detonatore. La paura corre sul filo, ma il motivo scatenante non è il terrorismo bensì l’ira. L’attentatore è un piccolo investitore, turlupinato dalle parole un po’ cinematografiche e un po’ ammiccanti di un anchor man superficiale. Si ritrova al verde, dopo aver perso i propri soldi, versati per acquistare quote azionarie di un’azienda, precipitosamente crollata in Borsa mentre i suoi dirigenti diventavano all’improvviso irreperibili. Non c’è resa, ma contrattacco.

mon2Money monster di Jodie Foster è il racconto di un’invenzione ai limiti della realtà. Probabile, anzi storicamente certo, è invece il fallimento di tanti piccoli azionisti, come la cronaca ha dimostrato assai spesso e a più riprese. Irreale – e forse nemmeno ipotizzabile – è invece uno sterminio in diretta televisiva. Ma tanto basta a delimitare le due sfere narrative di questo intreccio, contaminato dai residui di una crisi economica che non ha smesso di intossicare animi e attese. E anzi si fa ogni giorno più attuale, nelle vittime di un sistema finanziario che sembra dimenticare i privati, addossando proprio sulle loro spalle tutti i rischi di spregiudicate operazioni politiche, infestate da latenti forme di corruzione. La reazione ha il sapore di un gesto plateale di insofferenza e ribellione contro un sistema perverso. L’aggressore non rivuole indietro il denaro investito e perduto, ma chiede la verità. Pretende di non essere imbrogliato. Vuole preservare altri poveri disgraziati come lui, evitando loro di rimetterci i risparmi di una vita onesta. O, come nel suo caso, l’eredità di una madre. La plateale scelta di prendere in ostaggio il conduttore televisivo, un George Clooney farfallino prima di diventare protagonista drammatico, e tenere sotto scacco la regista – una combattuta Julia Roberts – alle prese con se stessa, cuore e lavoro rappresenta la violenza vera di fronte a quella finta e subliminale di un apparato economico sempre pronto ad approfittarsi dei più deboli.

mon3Il valore dei soldi e di una vita è il tema in cui sfociano queste premesse. Il presentatore, sotto scacco e nel mirino, tenterà un’estrema salvezza mettendosi direttamente in discussione. Il salvagente dovrebbe venire dal sistema stesso che semina morti economiche. “Se tutti compriamo i titoli finiti in eccesso di ribasso, questi si risolleveranno”. La legge del mercato, tra domanda e offerta, stavolta può salvare vite. Porre fine a un pericoloso assalto. Ma il meccanismo s’inceppa nuovamente. La Borsa non scommette sulle esistenze in discussione. La vita vale poco più di otto dollari. Resta sul fondo l’irredimibilità e il mancato riscatto imposto dalla sorte. Il piccolo deve morire, insomma. E se a ucciderlo non sono le armi, saranno le parole. Se non sono le leggi, sarà l’economia. E forse aveva ragione Chaplin. Ancora una volta. “I numeri giustificano tutto”. Uccidere molto è meno imperdonabile di uccidere poco. Rubare molto mette al riparo da qualsiasi punizione rispetto al rubare poco. Al contrario, chi ci rimette poco – anche se è tantissimo, in relazione al proprio specifico assoluto – finisce annientato da un sistema in cui quell’importo è considerato irrilevante.

mon4Verità e finzione sono dunque due facce che si confrontano e si specchiano l’una nell’altra per tutta la durata di un’opera con il pregio di raccontare a tinte ironiche e con frasi satiriche un argomento capace di toccare nervi scoperti, rivelandone la sensibilità alla luce appunto dei tanti, troppi casi, realmente accaduti e raccontati dalla cronaca. Tuttavia la tensione costruita con la scelta di un tema scabroso viene d’improvviso a crollare dapprima per le molte frasi comiche, anch’esse a due volti. Il pregio di alleggerire la trattazione e il difetto di annacquarne la serietà. A complicare l’identità di fondo di un film di cui si fatica a riconoscerne i contorni è il morto che, spesso a cuor fin troppo leggero, ci scappa. Non è quindi una commedia e nemmeno un’opera drammatica. Non è certo un thriller e tanto meno un grottesco. Verrebbe dunque da chiedersi che cosa sia davvero questo Money monster che certamente riesce a farci sorridere e a presentare uno scenario poco verosimile nella Wall street di ieri, di oggi e perfino di domani. Il film, stroncato senza appello negli Stati Uniti, arriva ora al banco di prova europeo con la passerella di Cannes e l’uscita nelle sale. La sentenza verrà dal pubblico. L’impressione è che la bella stagione in arrivo non gli farà bene. Avvicinandosi all’estate il pubblico dei cinema si assottiglia, anche se Money monster ha questa tonalità indefinibile che lo rende sfuggente a qualsiasi catalogazione, per essere un ibrido più che qualcosa di definito. La scarsa chiarezza raramente è un vantaggio. E gli aspetti seri e riflessivi del film rischiano l’annegamento dietro la maschera della finzione.

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