foto-la-pazza-gioia-13-lowI confini della follia sono fragili come le piume. Come i segreti. Come due volti che si nascondo fra gli altri fra i malati di un comunità terapeutica che ha i colori di un collegio più che di un centro di cura. Beatrice e Donatella sono due donne alle prese con loro stesse. I misteri mai rivelati. Le insoddisfazioni di un passato doloroso. Sarcofaghi della memoria. Si riciclano dietro vesti che non appartengono a loro. Attimi di autonomia. Squarci di una felicità proibita dietro la sentenza di perizie psichiatriche. Nondimeno resistono a rincorrere i loro sogni così diversi eppure così uguali. Il recupero di una normalità messa a dura prova da chi ritiene che, in fondo, il mondo vada diviso in due parti grosse come tronchi di sequoia. I sani e i matti. Beatrice e Donatella fuggono dai secondi per entrare nei primi. Ma il passo per uscire da un’etichetta ed entrare nel riconoscimento ufficiale è più ampio di quello che una gamba possa compiere. Nella sua sconfortante semplicità. La pazza gioia di Paolo Virzì, un regista che ha tentato di raccontare l’altra metà del cielo e l’altra metà di un universo, caratterizzato da persone qualunque, ora si addentra in questo nuovo sottobosco della società dopo aver fatto luce sulle famiglie bene de Il capitale umano, lo squallore di certi mestieri in Tutta la vita davanti e la modesta ma dignitosa mediocritas de La prima cosa bella.

foto-la-pazza-gioia-11-lowAl centro dell’intreccio ci sono dunque Thelma e Louise lunatiche e scombussolate. E decisamente all’amatriciana. Fatte in casa, insomma. Ruspanti. Lontane dai canyon reali e vicinissime ai profondi canyon metaforici di una cultura che tende a isolare chi cammina appunto su quel confine che divide la normalità dall’eccesso. E, nel linguaggio del Duemila, si chiama pazzia. Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti, che di Virzì è moglie nella vita) rappresentano i due volti della follia al femminile. Emblemi e icone di altrettante tipologie di sofferenze mentali e psichiche. Quella per uomini sbagliati e quella per un figlio, anch’esso conseguenza di un amore sbagliato. È il cuore, insomma, il nemico che accende la mente e la rende capace di qualsiasi gesto. Ma la verità emerge fotogramma dopo fotogramma in questo parallelismo fra due figure tanto distanti da armonizzarsi fra loro e completarsi completando un mosaico che, per l’una e per l’altra, resterebbe incompleto senza quel pezzetto mancante. Se ne accorge il direttore sanitario di Villa Bianchi dove le due sono rinchiuse e se ne accorgono loro stesse, in un’amicizia nata piano piano. Senza clamori. Ognuna al chiuso delle sue esuberanze tramortite. Schiva, rinunciataria e silenziosa Donatella. Frivola, eccentrica e schiava dell’esteriorità Beatrice, custode di una nobiltà fantasma che l’ha cacciata e ripudiata.

foto-la-pazza-gioia-9-lowLa loro unione, progressiva e inarrestabile, nasce sulla base dell’unica sensazione comune ad entrambe. Il potere della nostalgia. Mentre Donatella cerca il figlio che le è stato sottratto e dato in affido, Beatrice tenta con molte forze e scarsa lucidità di riconquistare la vita altolocata che ha perduto per aver tradito il marito con un poco di buono ed esserne diventata l’oggetto. Non è dunque schizofrenia, quella che domina la scena de La pazza gioia, ma un sentimento di riconquista e ribellione. Proprio come in quelle Thelma e Louise di cui Virzì non vuol sentir parlare. “Nulla si riconduce a quel film – ha spiegato – perché lo considero una delle opere minore di un regista (Ridley Scott, ndr) che apprezzo e adoro”. Tuttavia numerosi e ripetuti sono i riferimenti a quel testo cinematografico del 1991 che ha fatto la storia della Settima arte nella nuova Hollywood di fine secolo e uno spaccato sociale tutt’altro che trascurabile se gli emuli si sono moltiplicati a così largo spettro. E più di un’immagine richiama al capolavoro di Scott, così come più di una tematica non può non rimandare a quell’illustre precedente. L’amore tradito e deluso. Il desiderio di fuga. L’ambizione a una felicità irraggiungibile. La morte che sempre sopravviene e, per la coppia Beatrice-Donatella, significa il ritorno in comunità. Tradite da un sonno che ne arresta la corsa per la nobile decaduta. E da un moto che travolge invece la spiantata Donatella, in fuga anche da se stessa.

foto-la-pazza-gioia-1-lowUn po’ troppo per ammettere la casualità di un’ispirazione, nata – a detta del regista – da questa coppia Bruni Tedeschi – Ramazzotti così eterogenea e così fascinosa intravista casualmente proprio sul set de Il capitale umano. Ora il film attende il giudizio prestigioso e severo di una platea importante. La pazza gioia sarà in concorso a Cannes nella sezione Quinzaine des realisateur. Rappresenta l’Italia in una commedia che, pur peccando di originalità, senza essere un capolavoro, resta comunque un film capace di lasciarsi guardare anche con la serenità dovuta a frequenti battute spiritose, mai volgari, che ne alleggeriscono la tinta drammatica di fondo. Perché l’amore, quando non porta felicità, è il più amaro dei drammi. La più cocente delle delusioni. Il domani senza futuro. L’angoscia di perdere e perdersi. Qualunque ne sia l’oggetto. Sia esso un figlio. Oppure un compagno di vita.

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