fiore5Ti aspetterò, fin quando uscirai. Poi andremo al mare…

 

Un calcio alla vita. L’odore del carcere ha il fetore di esistenze irrecuperabili. Fortezze che uccidono la libertà e l’amore. Se esiste un riscatto che la civiltà di oggi chiama recupero, esso abita dentro l’essere umano, non certo nelle istituzioni. Non c’è insomma un modo per sentirsi liberi quando liberi non si è. Né di sognare, né di amare. Né di costruire il proprio futuro. O, semplicemente, di immaginarlo. Neppure se la cella è palestra di rieducazione e non invece luogo di pura detenzione. Dietro le sbarre abita una miniera di storie e di ambizioni. Si soffre il peso dei tradimenti morali, le attese di aiuto che diventano disillusione di affetti. Una forma di egoismo e di piccola morte che tutela il singolo e dimentica l’appoggio per guarire l’angoscia altrui.

fiore3Fiore di Claudio Giovannesi è un film che riporta indietro nel tempo, pur restando profondamente ancorato all’attualità. È storia di oggi, per molti versi. Una ragazza finisce in cella per rapina. È figlia d’arte e conserva il padre in una nicchia che ha il sapore del mito. Un nome tatuato e un pensiero costante. Ritrovarlo. Il genitore non si nega, ma si tutela. Ha appena finito di scontare la sua pena e non vuole ricaderci. Fugge da distrazioni e da tutto ciò che può condurlo sulla china peggiore. Visita Daphne che, in prigione, ha incontrato Josh anche lui lì per il suo stesso reato ma ormai vicino a una scarcerazione che ha il sapore della beffa. Non c’è più la fidanzata ad attenderlo, nonostante i buoni uffici sotterranei della stessa Daphne, in cambio di qualche pacchetto di sigarette. È l’arte del baratto che approda dietro le sbarre dove il corrispettivo dell’utilità è altissimo. Si compiono gesti sempre parametrati alla ricompensa. Un valore che deve tornare, costi quel che costi. Anche se il prezzo più alto, quello che sospinge sempre perennemente al chiuso di una galera, è sempre la ricerca di una libertà. Cullata e voluta. Sognata e ansimata. Rincorsa e difficilmente agguantata. Svanita quando ormai si credeva raggiunta.

fiore2Daphne, come Josh, è un fiore che non sboccia, se non faticosamente. Alla fine. Si riacquista la moralità. Si acquisisce un’etica, ma mai se ne hanno a disposizione i mezzi. È da su questo crinale che crolla la dinamica del sistema rieducativo in carcere. Il lavoro non nobilita l’uomo. E se la fuga di Daphne e Josh è al crocevia tra evasione e riscatto, ciò avviene proprio per l’impossibilità di poter pagare il biglietto di un treno, sul quale non è reato salire. Le attività sociali durante la detenzione non offrono l’indipendenza economica. L’anelito di raggiungere il mare – Riccione o Ibiza – resta strozzato nella gola e nel cuore come la frontiera dell’impossibile. Un confine non superabile come un controllore al quale non si può spiegare perché si è senza biglietto, né si possono limitare i danni a una discesa anticipata rispetto alla destinazione. Serve una fuga perché i reclusi in libertà non hanno diritto al treno. Non hanno sostanza, né sostanze, per vivere e sopravvivere.

La corsa di Daphne e Josh è il sogno di poter vivere la loro individualità di coppia. La gioia di trascorrere una serata con il padre. Le piccole cose che la prigione preclude al momento, ma non esclude un’ambizione che tuttavia diventa utopia. L’indecifrabile approdo dei giovani rappresenta la fiducia e la forza di volontà, ma al contempo è dimostrazione di un’illusione tradita. Il carcere non rieduca perché non offre un’opportunità, come del resto l’intero mondo di oggi che pretende e non offre. Il lavoro, questo sconosciuto. Una disoccupazione che morde i giovani come le persone più avanti con gli anni. E perfino quelle reduci dall’aver pagato il loro conto con la giustizia. Un’arte che non ha parte. Appresa in cella, ma rivelatasi sterile speranza di prospettive inesistenti, inquinate dal pregiudizio comune che tende a respingere ai margini chi ha alle spalle un passato poco limpido.

fiore4Fiore è un film drammatico come il cinema italiano ha spesso dimenticato di fare. Ma allo stesso tempo si ricollega a un passato lontano. Ha tinte neorealiste nel suo ritrarre bassifondi e uno spaccato poco felice di un clima deturpato dalle difficoltà. E alla corrente che valorizzò talenti dell’autorialità e della regia nel secondo Dopoguerra si unisce idealmente nella scelta di utilizzare interpreti non professionisti. Daphne e Josh conservano i loro nomi di battesimo all’anagrafe e hanno esperienza e un passato dietro le sbarre come molti dei personaggi a supporto ritratti in questa storia di miseria e nobiltà da terzo millennio. L’unico “professionista” è Valerio Mastandrea, nel ruolo del padre della protagonista femminile, quell’Ascanio che è reduce dalla galera ma riesce a rifarsi una vita grazie all’amore di una donna che non gli chiude le porte in nome del suo passato discusso. La scelta di arruolare volti talmente nuovi dall’essere profondamente radicati in loro stessi e nel tessuto sociale in cui sono chiamati a muoversi ricorda la scelta di De Sica per Ladri di biciclette e tanti altri film in cui non recitano le star dal fisico palestrato e l’appeal da carta patinata. Un Fiore in un cinema che ha l’obbligo di riscattarsi dalla comicità trash di molti titoli largamente discutibili benché di cassetta.

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