Se n’è andato all’alba dei 93 anni che avrebbe compiuto a luglio, come in punta di piedi aveva lasciato il cinema alla fine degli anni Sessanta, risale al 1968 Flammes sur l’Adriatique cui seguì nel ’76 un documentario su Jean Paul Sartre. Alexandre Astruc in realtà lasciò ben prima quella Settima Arte alla quale aveva dedicato i suoi sforzi più intensi. Sceneggiatore e regista – a lui si devono La tenda scarlatta (1952), Les mauvaises recontres (1955), Una vita (1958), L’educazione sentimentale (1962) e La lunga marcia(1966) – egli fu soprattutto uno studioso e un critico. Amico di Boris Vian e vicino all’esistenzialismo di Sartre, Astruc era una presenza ricorrente in quella St Germain-Des Prés che fu la culla della vera rivoluzione che cambiò volto al cinema francese e influenzò largamente gli orizzonti al di fuori dei confini della natia Parigi. Proprio in questo periodo diede alle stampe il suo primo romanzo Les vacances, ma non abbandonò mai la penna, o meglio la stilografica, che entrò a pieno diritto perfino nel suo pensiero e nelle sue teorizzazioni.  Perché Alexandre Astruc, collaboratore di riviste come  Combat e L’Ecran Française, tenne a battesimo quella Nouvelle vague, nata sulla scia del Neorealismo e presto divenuta un valore fondativo delle nuove tendenze sul grande schermo. Si deve proprio a lui quel binomio di suo conio con cui sintetizzò all’estremo limite programmi e capisaldi della nuova corrente cinematografica.

Alexandre_Astruc_1965La camèra-stylo fu una sua invenzione in un articolo scritto per l’Ecran Française dal titolo Naissance d’une nouvelle Avant-garde. Prendeva le mosse da lì la corrente culturale che Andrè Bazin avrebbe poi lanciato allevando una schiera di giovani talenti della macchina da presa. Da Francois Truffaut a Jean-Luc Godard. Da Claude Chabrol ad Agnés Varda. Da Jacques Rivette ad Alain Resnais. Da Chris Marker a Eric Rohmer. Tutti avevano fatto della camèra-stylo la ragione della loro arte. Alexandre Astruc, per primo sostenne che il cinema francese aveva l’obbligo di riscattarsi dal vecchio manierismo grazie al quale approdavano in celluloide discutibili polpettoni sentimentali e non solo con radici profonde in una letteratura ormai pronta soltanto per archivi e biblioteche. la macchina da presa, insomma, secondo Astruc, doveva diventare altro. Nella fattispecie l’adorata stilografica con cui si scriveva. E in quel modo andava utilizzata dai registi. Non più, dunque, un’ispirazione che provenisse dai libri del passato ma che invece attingesse alla realtà. Alle storie della quotidianità. Alle pieghe sociali che nascondo piccoli e grandi drammi. La camèra imprimeva sulla celluloide ciò che l’inchiostro uscito da una penna macchiava un foglio di carta bianca.

Questa teoria non era fine a se stessa, ma si allargava sensibilmente a un modo di fare cinema fino ad allora impensabile. La macchina da presa, a spalla e in movimento, faceva così il suo esordio nelle strade di Parigi e al tempo stesso un’intera schiera di registi cambiavano mestiere. Non più soltanto gli esecutori tecnici e gli utilizzatori di un montaggio finalizzato a riprodurre vecchie e consunte storie di fantasia bensì, finalmente autori. Anche in questo Astruc fu un progenitore della storia del cinema mondiale perché restituì a una categoria di professionisti un ruolo e una veste che in molti nemmeno sapevano di avere. Non a caso il suo pensiero fu definito “Politique des auteurs” perché ciò che viene raccontato in un film aderirebbe al regista come autore e non più allo sceneggiatore. A questo concetto aderirono tutti gli esponenti della Nouvelle vague a partire da Truffaut che difese fino alla morte le idee di Astruc, facendole proprie. Se oggi è proprio ai registi che si attribuisce il valore e il rilievo della creatività e il pregio di un’opera cinematografica, lo si deve ad Astruc e a quanti, soprattutto frances, nella sua scia fecero ogni sforzo per diffondere le sue idee. Nella sua lunghissima vita Astruc sopravvisse a se stesso e alla Nouvelle vague, cui contribuì a dare vita. Il critico dovette assistere alla scomparsa di tutti gli esponenti dell’avanguardia, eccezion fatta per Godard e la Varda, ancora in vita. Fu costretto a vedere la morte di Bazin, indiscusso maestro di questa corrente e si trovò ad assistere alla nascita di una nuova infornata di autori che hanno raccolto l’eredità dei loro predecessori incarnando la nuova generazione della Nouvelle vague. da Bertrand Tavernier a Jacques Doillon. Da Claude Sautet a Jean Eustache, entrambi mancati prima del loro “padre” Alexandre Astruc.

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