Unknown-2Tutte e due abbiamo ricevuto esattamente quello che meritavamo

 

 

Non sempre la perdita di una persona cara favorisce la coesione di chi resta. Ne sanno qualcosa Julieta, la madre, e Antìa, la figlia. Entrambe sono rimaste orfane del loro Xoan, sparito nel mare in tempesta, al culmine di una notte di dolore. Litigi. Angosce. Eppure era solo l’inizio. Il trauma psicologico iniziava proprio quella sera e avrebbe travolto con un’ondata vigliacca tre vite in un colpo solo. La trama di Julieta, ultima fatica di Pedro Almodovar potrebbe anche finire qui, in una versione succinta e stringata, perché quest’ultimo lavoro del regista spagnolo è uno studio di drammi e sentimenti. Sensazioni e vite. Colpe e rimpianti.

images-2GLI UOMINI - Un’apparizione e un rimorso. Uno sconosciuto che Julieta incontra sul treno. Cerca parole, non trova risposte. La dirimpettaia di scompartimento, infastidita da quella presenza in cerca di dialogo, rifiuta il colloquio. Si alza e abbandona il campo. A quell’uomo non resta che attuare il suo folle proposito. Uccidersi buttandosi sotto il treno dal quale era sceso a una sosta durante il percorso. L’occasionale incontro accende invece una nuova amicizia cui la donna si offre spontaneamente in un altro vagone. È Xoan, l’uomo del destino che segna e segnerà gli sviluppi del futuro. La nuova conoscenza, tanto inattesa quanto folgorante, non è la meteora precedentemente incontrata da Julieta. Un rapporto rubato al buio di un treno in corsa segnerà il concepimento di una figlia che avrebbe vissuto il sapore amaro della loro crisi. Entrambe queste figure maschili nascondono problemi profondissimi. Un dissidio esistenziale e intimo turba il viaggiatore che poi si uccide. Un dramma familiare segna la vita di Xoan, alle prese con una moglie in stato vegetativo. Due fisionomie che segnano la debolezza di uomini sull’orlo di una crisi di nervi, fin troppo ben simboleggiata da quella statuetta di terracotta che rappresenta una figura maschile nuda, con il busto e le gambe compatti e robusti, ma monco e senza espressione. L’uomo – inteso come essere umano – nasce dalla donna, benché quest’ultima, nel grande mistero della creazione, sia frutto di una costola maschile e dell’argilla con la quale la scultrice plasma la miniatura per poi regalarla a Julieta.

UnknownLE DONNE - Creature dilaniate da un dolore che viene a galla con modalità e conseguenze diverse, nella poetica di Almodòvar sono fonte di solidità ed energia. La donna è robusta per definizione. Solida. Non solo offre la vita, ma si rivela più forte nel combattere. Soffrire. Gestire. Godere di ciò che l’esistenza le offre. Soltanto il caso la supera in queste virtù. Anche in quest’ultimo lavoro del regista spagnolo la società è matriarcale. Il dolore si declina in infinite sfumature dove a volte prevale lo sconforto. Altrove la paura. Si subisce l’abbandono. Si viene piegati dalla malattia. Si fugge per la tristezza. Ci si ama tra donne, salvo poi abbandonarsi e sottoporsi volontariamente a un nuovo dolore. La sclerosi multipla conduce la scultrice Ava alla perdita totale delle funzionalità manuali che rappresentano il mezzo della creatività. Il reciproco amore di Antìa per l’amica del cuore Bea si traduce in un dividersi che non trova più riscontro in un futuro dove le due ragazze, pur incontrandosi da adulte, rivelano i due volti di vite separate e diverse. Una ignora l’altra che tenta invece di ritrovare gli occhi dell’amica. Una nuova divisione – quella tra Julieta ed Antìa – simboleggia l’incomprensione. La rincorsa della madre è un processo di progressiva consapevolezza della mancata conoscenza dell’indole e del cuore della figlia. La badante Marian è il volto truce e sbrigativo di una verità che offende e mostra il sapore indigeribile di vite svendute sotto una prospettiva diversa e irreale. L’ennesimo gineceo di Almodòvar è una galleria di personaggi forti, ma eternamente sconfitti dal destino e da loro stesse, nel perenne tentativo di costruirsi un’esistenza su misura. Perfino la fuga di Antìa finirà per soggiacere alle volontà del fato. Il figlio Xoan finirà annegato come il nonno mai conosciuto. La sorte impone e non perdona quegli abiti troppo soggettivamente concepiti in modo talvolta arrogante. Dove scappare non è un rimedio, ma un nuovo esporsi.

images-1I COLORI - L’approdo di Julieta in una casa che non le ricordi la figlia,  fuggita al compimento della maggiore età, ha il bianco dei muri di un alloggio impersonale, senza orpelli né guarniture. Senza carattere. Squallida. E priva di incentivi è anche la zona nella quale è ubicata. Un nulla fatto a pezzi dai gesti inconsulti di una madre che ha deciso di traslocare per dimenticare quella figlia allontanatasi dopo il dolore più grande. La perdita del padre. Un bianco che ha il sapore del contenimento e di un foglio di carta da riempire con le vite dei protagonisti. Il riflesso è il rosso sgargiante di tanti ambienti. Il giallo violento di una vestaglia che imprigiona membra assassinate dal dolore, ma tenute artificialmente in vita da una speranza timidamente ambiziosa. Verde come le pareti della casa dove Julieta riprende a “vivere” la figlia. I colori tornano a essere per Almodòvar la coniugazione di un sentimento. Non per nulla il regista spagnolo ha spiegato che il bianco riconoscibile in molte scene di Julieta rappresenta il suo desiderio di contenimento. Il film non ha svolazzi. Nessuno spunto ironico. Non vi sono concessioni alla leggerezza. Mancano le canzoni. Totalmente assente anche le tinte forti di molti altri film da lui stesso firmati.

images-3I RITORNI - Ripercorrere i propri passi è uno dei motivi principali del film. La protagonista, in un primo momento esiliatasi in un appartamento che non le ricordasse la figlia scappata, torna nel quartiere dove aveva abitato con lei. Si reimmerge nei ricordi e si ritrova sulle proprie orme quando si mette alla disperata ricerca di Antìa. Ancora una volta è il caso, o il destino a fare la prima mossa. Nel centro di Madrid incontra per coincidenza l’amica di gioventù della figlia. Le ragazze si erano perse di vista per anni, quando Bea la incontra fortuitamente in Italia. E racconta a Julieta la sorpresa. I figli di Anta. Julieta apprende da lei di essere diventata nonna. Da quell’istante il ritorno diventa il vero protagonista ombra di un’opera in cui tutto rimanda e richiama a se stesso e ad altro come in una collana di consequenzialità in un primo momento inopinate. E il percorso a ritroso sospinge nel mare dei ricordi che dominano larga parte dei dialoghi in cui Julieta tenta di mettere in luce il percorso della figlia. Solo una lettera, letta a voce alta da una voce fuori campo anima della protagonista, spiega il destino che ha condannato Antìa. E, a suo modo, ha rimesso le cose a posto. Ha consentito alla figlia di comprendere il dolore provato da sua madre al momento del suo allontanarsi. E ha restituito la verità a quella madre prostrata e uccisa dalla morte del marito e la fuga della figlia. Il caso, nuovamente, prevale sulla donna. E sul pianto dirotto di due ragazze che giocano a pallacanestro e la risospingono al gioco di Antìa e Bea quando erano bambine. Ma il ritorno è anche un tema che passa da un film all’altro attraversandoli. Almodòvar è regista profondamente convinto della ripetizione e delle prove. In Tutto su mia madre Manuela assiste i medici nel comunicare alle famiglie la morte dei congiunti, domandando il consenso alla donazione degli organi. Non è una coincidenza che lei stessa debba subire lo stesso trattamento, in veste di madre della vittima. Allo stesso modo Julieta si stabilisce nella casa dalle pareti verdi. Spoglia come la vide la prima volta. Solo un tavolo. Per scrivere ad Antìa.

Unknown-3L’ARTE E GLI OGGETTI - Miguel Navarro è l’autore dell”uomo seduto  che Ava regala a Julieta e appartiene allo stesso Almodovar, da sempre attento a trovare un posto per l’arte nei suoi film. È successo con il paesaggio della spiaggia nera di Lanzarote ne Gli abbracci spezzati. E si è ripetuto con il giocattolo del sommozzatore in Legami!. Ora si arricchisce di più esemplari. Oltre alla statuetta entra a buon diritto anche l’opera del premio Nobel Alice Munro, anch’essa già apparsa ne Gli abbracci spezzati dove una copia di un suo libro, In fuga, si trovava sul vassoio della colazione offerta dalla cameriera alla prigioniera Elena Anaya. Stavolta la partecipazione della Munro diventa più massiccia. Tre dei suoi racconti – Fatalità, Fra pocoSilenzio – sono lo spunto che dà vita alla crasi da cui nasce Julieta. Tre storie distinte e non consecutive che Almodòvar ha fuso in un tutt’uno, plasmandole come fa Ava con l’uomo seduto. Unica differenza, aver spostato l’ambientazione da Vancouver a New York. “Sono spagnolo – ha ammesso il regista – Vancouver non mi diceva proprio niente. Ma capisco che dicesse molto alla Munro che è canadese”.

Unknown-1L’ASSENZA - Julieta è un ottimo film, ma manca Almodovar. E a questo punto, il concetto può rivelarsi contraddittorio con quanto anticipato. In realtà non lo è. Non c’è il colpo di scena, originale e sorprendentemente folgorante, che caratterizza quasi tutte le opere dell’autore spagnolo. Quest’ultimo lavoro, normale e compassato – per quanto attento indagatore del dolore e di un sentimento di colpa che si allarga a macchia d’olio su tutti i personaggi – sembra firmato da un regista più paludato. Manca totalmente la figura del transessuale o del transgender che nella poetica almodovariana non è l’icona di una presunta o reale forma di trasgressione alle regole o alla consuetudine, bensì una forma di verità disvelata. Qualcosa che al contempo è uguale a se stesso e al suo contrario. L’essere sotto varie vesti. La possibilità di leggere e leggersi in una molteplicità di chiavi interpretative dissonanti in cui la sostanza non è quello che sembra o appare. Il paradosso è il sottotitolo, comune a tutti i film del regista. “Un film di Almodovar”. Eppure Julieta è il film meno riconducibile alla prestigiosa ma colorita firma del regista di Madrid.

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