gare1Ancora un uomo. O meglio, due. Ancora una storia che riemerge dagli archivi giudiziari. A differenza di L’enquête e Présumé coupable, imperniato su una squallida vicenda di pedofilia, stavolta tocca a una storia che sconvolge per la sua triste attualità e il coinvolgimento emozionale. In nome di mia figlia è l’ultimo lavoro di Vincent Garenq che oggi si affaccia al di fuori della Francia forse per la prima volta. Il regista approderà presto anche sugli schermi tedeschi e la Germania è nazione direttamente coinvolta nella trama, perché Andrè Bamberski (Daniel Auteuil), è alle prese con un medico – Dieter Krombach – interpretato da Sebastian Koch, lo spiato de Le vite degli altri, sospettato e poi condannato per aver sedato la figlia di Bamberski e averne abusato, provocandone la morte. Inizia qui una battaglia lunga trent’anni in cui l’indomabile protagonista vuole incastrare l’uomo che ritiene colpevole del delitto. Il rivale, diventato nel frattempo il compagno dell’ex moglie di Bamberski, gode di fiducia cristallina e incastrarlo è complicato perché la Germania oppone resistenza nel tutelare un suo cittadino. Ne esce una lotta senza esclusione di colpi. Nemmeno un sequestro di persona, ideato per portare entro i confini francesi un delinquente in camice bianco che i cavilli burocratici proteggono impedendone l’estradizione. La storia è vera e nulla è frutto di fantasia. Neppure i nomi dei personaggi al centro della scena.

Il film pone in primissimo piano alcuni temi di grande attualità. Innanzi tutto le alterazioni della psiche e l’abbassamento dei freni inibitori, indotti con il secondo fine di un possesso carnale di cui purtroppo la vicenda è solo uno dei frequenti casi di cronaca che si incontrano vivendo. Ma a stupire maggiormente è l’ignavia della giustizia – non solo quella italiana, dunque – con il preciso doppio scopo di non dare in pasto a uno Stato diverso, un proprio cittadino che ha commesso crimini al di fuori dei confini natii. Spunto che si allarga a dismisura se soltanto si prova ad azzardare esempi, sempre tratti dalla realtà e non dalla finzione cinematografica. Uno su tutti la resistenza francese nel rispedire in Italia Cesare Battisti, poi fuggito da Oltralpe, addirittura in Brasile. A ciò si aggiunga il frequentatissimo tema dello sfilacciamento dei legami matrimoniali e, spesso, il fallimento di nuovi amori nati sulle ceneri di più datate relazioni. Il medico, al centro dei sospetti nel film di Garenq, è il nuovo amore della moglie di Bamberski. Come si vede, ci si trova al crocevia di motivi assolutamente normali. Storie estratte dalla cronaca con l’assenza di super eroi, a meno che non si voglia poi considerare tale il protagonista che – nel film come nella vita – non ha lesinato sforzi pur di ottenere dalla giustizia il verdetto meritato. A spiegare i retroscena del film è lo stesso regista Vincent Garenq.

Quanto c’è di eroico nel protagonista.

«È un caso vero e mi ha sconvolto. Quando ho letto il libro che racconta la “vendetta” di quell’uomo mai domo, nel tentativo di assicurare alla prigione l’assassino della figlia, mi sono subito chiesto se, al suo posto, sarei stato capace di trovare la sua forza e la sua costanza per rendere giustizia ai fatti e alla piccola vittima. Sono un genitore anch’io».


Le situazioni estreme danno a chiunque un coraggio insospettabile.

«Certo è che quella “guerra” è durata trent’anni. Non è facile sostenerla senza abbattersi. E la Germania è nazione che tutela sempre i suoi cittadini. Anche quando sono colpevoli».

gare2E voi francesi non avete molto feeling con i tedeschi.

«Sono una nazione che facilmente mostra i muscoli. Tende a imporre se stessa agli altri».

Oggi chi è Bamberski.

«Un ottuagenario sereno in pace con se stesso e la memoria di sua figlia».

Ha visto il film…

«E gli è piaciuto. Temeva di ritrovarsi in veste melodrammatica. È stato felice di constatare che così non è stato».

Ci sono discrepanze fra l’uomo Bamberski e il suo protagonista, allora.

«Diciamo che lui era meno… cinematografico. Durante i processi stava molto tranquillo e non eccedeva negli atteggiamenti che invece diventano propri di Auteuil. È un uomo più pacato di come appare attraverso il film».

Ma Auteuil l’avrà ringraziata. Finalmente un ruolo serio e di grande dignità dopo il fiasco di “Les naufragés”.

«Non l’ho visto, ma me ne hanno parlato. Non dà l’idea di essere granché, a quanto ho sentito. Un divertissement. Però Auteuil, in teatro, è un ottimo attore comico e parti leggere non sono insolite per lui».

CINEMA: AUTEUIL, VENDETTA 'IN NOME DI MIA FIGLIA'«In nome di mia figlia» è molto sincopato. Tante le cesure e gli stacchi. Una tecnica di montaggio difficile. Perché.

«Volevo dare l’impressione dello scorrere del tempo. Tre decenni indicano quanto intensa sia stata la battaglia di un uomo che ha combattuto contro tutti. Perfino con l’ex moglie, madre di quella figlia uccisa».

Quanto è costato.

«Oltre sette milioni di euro. Colpa di tante trasferte per le riprese in esterni».

E attori notissimi.

«Koch era sotto contratto con noi. Poi lo ha chiamato Spielberg per Il ponte delle spie e lui mi ha chiesto il permesso di girarlo. Altrimenti avrebbe rifiutato. Ho acconsentito. Rinunciare a Spielberg per Garenq. Devo dire che i tedeschi, con i loro difetti, sono gente corretta».

Ora che cosa aspetta Vincent Garenq.

«Una nuova storia che ho già in mente, benché in modo ancora confuso. Dopo tanti uomini, stavolta mi occuperò di una donna».

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