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-Che fine fa la nostra anima quando si muore…
-Continua a vivere, mamma.
-E io resterò con te.

Vita e morte. Linea di continuità che non s’interrompe nemmeno laddove sembra che la cesura sia netta. Irreversibile. Dove la fine si rivela un nuovo inizio. E la banalità di un concetto inflazionato a parole, rispecchia invece vite e morti che nulla hanno da ridere. Dove la speranza è l’unico commensale mai invitato alla mensa della tragedia. Vita e morte come il rinascere della fenice. Dalle sue stesse ceneri. E se, nell’abbraccio mortale, uno spiraglio di ottimismo esiste, esso risiede proprio in quel trasformarsi che sembra sempre connaturato – direttamente o indirettamente – a ogni fase dell’esistenza destinata a concludersi. Cambiamento o rinnovamento inevitabilmente connesso con la ciclicità di un ritmo naturale che non lascia mai alcunchè identico a se stesso. E in fin dei conti, sta proprio in questo il fascino meraviglioso del vivere e al tempo stesso lo scoglio più arduo da superare e il boccone più amaro da digerire.

Ma ma di Julio Medem ha un sottotitolo fuorviante quanto sbagliato, “Andrà tutto bene”. Niente di più contrario al vero in un dramma che offre moltissimi spunti di riflessione. La protagonista, Magda (Penelope Cruz), è ostaggio di un male incurabile che affronta con il sorriso. Eccezion fatta per gli attimi in cui lo sconforto prende il sopravvento. E viaggia a braccetto con la paura. La solitudine. L’abbandono. Circostanze passeggere, pur sempre dolorose. La trama si arricchisce di incontri e addii. Lacrime e preghiere. Cuore e ricordi. Avventurieri del passato. Araldi di un futuro nascosto, che odora del continuo umano modificarsi. Se tra i difetti sta quel sottotitolo errato quanto inutile, tra i pregi emerge l’assenza di angoscia, pur nell’apocalittico dramma. Se ancora una volta ci si confronta con il “male del secolo” che al cinema sta avendo un protagonismo eccessivo – Allacciate le cinture di Ferzan Ozpetek, Truman di Cesc Gay,  Anonimo Veneziano di  Enrico Maria Salerno, Voglia di tenerezza di James Brooks,  Colpa delle stelle di Josh Boone, Resta anche domani di R.J. Butler, Love story di Arthur Hiller, Gran Torino di Clint Eastwood per citare solo parte dei titoli di ieri e di oggi – è nobile invece la sfumatura alla base del film. Un appello a tutte le donne. La diagnosi precoce del tumore al seno salva più vite di quante ne tronca. Nessuna abbia paura di una visita al primo sospetto. Ancor meglio se preventiva, senza alcun allarme. L’eccesso di zelo non è peccato. Anticipare i sintomi appare, al momento, il vaccino più efficace contro questo killer in doppiopetto. Silenzioso. Dal volto ambiguo  e la pallottola fatale.

mama2VIVERE E MORIRE - Il confine è una striscia sottile. La vita è l’approdo che nessuno vuol abbandonare, ma è un soffio. È l’aleatorio sospiro del finito. E la sorpresa di accorgersi che l’invulnerabilità non è di questo mondo. Magda se ne accorge dal viso del ginecologo. Arturo da una telefonata. Gli viene annunciata la morte della figlia in un incidente stradale dal quale la moglie esce in coma. Inizia un calvario inverso e speculare per molti aspetti. Magda tende una mano a quell’uomo, conosciuto per caso, che comincia a morire quando lei inizia a vivere. E a curarsi. Il baluginìo di una speranza che abdica molto prima dell’incoronazione. Quando viene a mancare la compagna di Arturo, i due sono soli. Soli con l’altro. Magda è stata abbandonata da un marito in fuga con una studentessa ventenne. Anche per l’uomo il matrimonio si dissolve con la scomparsa della moglie. Da una morte simboleggiata dalla separazione di Magda e dalla vedovanza di Arturo prende forma una nuova coppia. Il mistero della nascita si confonde e trae origine dallo sconforto della fine. Eppure è nuovamente incubo. Magda scopre di essere prossima al trapasso, ma decide di vivere con intensità. E l’unione spontanea con Arturo è ancora fonte di vita. La donna scopre il fascino di una gravidanza estrema. Quella bambina che cresce nel suo grembo è la preghiera verso un dio distratto. Il desiderio di far divorare le metastasi alla bocca ingenua di un nuovo essere vivente. Ma proprio al momento del parto – cesareo, per la delicatezza della situazione – un’esistenza comincia mentre un’altra si chiude. Il quadro con la madre senza vita che tiene in braccio la neonata è agghiacciante quanto la sintesi perfetta dell’opera di Medem.

SIMBOLOGIA - Il regista di Lucia y el sexo fa largo ricorso all’allegoria e a simbolismi vari. Fin dall’inizio compare la figura di una ragazzina, onirica rappresentazione di se stessa. E icona di un’altra morte. E un’altra nascita. Corpo mobile di un’immagine fissa, la fanciulla è la figlia che il ginecologo non può avere dalla moglie, al punto che i due decidono di adottarne una. L’immagine è la piccola russa, ormai sul punto di raggiungere la sua nuova famiglia. Anche la loro unione, tuttavia, va in frantumi. E la salvezza di quella biondina ne è conseguenza. In realtà essa rappresenta il sogno. La frontiera del desiderio. Per il medico è avere una figlia. Per la bimba, avere una famiglia. Per Magda, che la sogna, è poter vedere la piccola che porta nel ventre. L’immagine di questa adolescente è a suo modo una personificazione della coscienza. Sulla spiaggia la bimba, dal volto senza espressione, prende alcuni granchi e li lancia in mare. Lontano dall’ombrellone dove siede la malata. Non a caso questo crostaceo è il simbolo del cancro come segno zodiacale. Assonanza visiva. Respingerlo lontano è una forma di rifiuto. Come il dietrofront dell’animale che sembra introdurre un diverso andamento della vicenda. Invece. Lampi di surrealismo. Il film è territorio spagnolo, per cultura e fattura. E come tale rispecchia le sue origini. La matrice in cui è nato. Il cinema iberico ha come propria cifra distintiva questo tocco surreale che lo caratterizza in tutti generi che attraversa. E la bambina, creatura onirica e impalpabile, si specchia nel cuore rosso attraverso il quale viene trasmesso l’esito di cure. Interventi. Esami diagnostici. Cuore accelerato. Cuore fermo. All’improvviso. Immobile.

mama1DIALOGO CON IL FUTURO – A suo modo il telefono cellulare è un simbolo anch’esso. Il dialogo con il futuro. Autotrasmettersi oltre la morte. In un certo senso, vincere la fine stessa con gli strumenti che l’uomo ha concepito per perpetuarsi. Magda parla con entrambi i suoi figli. Dani avuto dal primo fallito matrimonio. E la piccola che verrà. Il montaggio alternato di Medem si sforza di offrire una simultaneità impossibile. Mentre chiede a Dani cosa pensa che avvenga all’anima dopo la morte, registra un monologo-testamento per la bambina che verrà. Un filmato rappresenta la sua eredità per la figlia che non potrà conoscere, dopo averle fatto il dono più grande. La vita. Utopia e miracoli si accavallano tra le parole di quel filmato. Una bambina conoscerà il volto e la voce della mamma da quell’insolito lascito. Anche gli orfani del terzo millennio non sono più come quelli che li hanno preceduti. Costretti a idealizzare la figura del genitore perduto dai racconti di chi li amò. Ma ma è emozione intensa. Come detto, non c’è angoscia. A stemperarla è l’insolita figura di un ginecologo, abile anche nel canto. E, se prima dell’intervento è il canto del cigno, dopo la nascita è la serenata alla vita. La canzone non cambia. Creata ad arte per il film, restituisce una pennellata di musical a un film che fa vibrare il cuore. Il medico canterino è surreale. Ma anche questa, in fondo, è Spagna. O cinema spagnolo, che poi è lo stesso.

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