a“Ti stai trasformando in una donna o in un idiota…”

 

Essere o non essere. Essere a metà. Quella di Laurence è storia nota, di questi tempi. Cronaca di un percorso. Evolutivo o involutivo è giudizio di merito ed ognuno è libero di esprimere il suo. Nella fattispecie, Laurence riceve in dono dal destino uno strano regalo alla vigilia del suo trentesimo compleanno. La consapevolezza di sentirsi donna. Mentre il cuore continua a battere per la fidanzata Fred, giustamente ferita dalla determinazione del compagno a offrire di se stesso – o se stessa – l’appeal femminile. Opposti che convivono e mettono in crisi una coppia, da intendersi non solo come la somma aritmetica di due corpi e due persone, ma l’unitario pulsare di un sentimento coniugato alla prima plurale. Laurence e Fred si amano a prescindere dalla sessualità in dubbio del primo e da quella chiara e accertata della seconda. L’amore prima di ogni cosa, insomma. E l’impossibilità di coronare quel sogno pare stemperarsi in quell’avverbio che sembra lasciare aperte porte insospettabili. La trama di Laurence anyways del talento canadese Xavier Dolan potrebbe circoscriversi a questo, ma in tanto succinti concetti si racchiude una varietà di temi, difficilmente omologabili.

bAMOUR FOU - In verità quello di Laurence e Fred – diminutivo di Frederique – è poco folle e molto sofferto. Intenso al punto da non distinguere i confini dei sessi. Sentimento puro. A prescindere. Lo spunto non è casuale. È il tasto preferito del mondo gay, al quale il regista appartiene senza titubanze né renitenze. Il cuore non guarda il genere e la commistione che ne risulta è lo specchio della frastagliata moltiplicazione di preferenze e preferibilità. Passa dunque un messaggio che porta con sé il teorema dell’ambiguità. Poco importa in cosa ci si riconosca, molto importa ciò che invece si prova. Laurence e Fred ne sono i volti. Donna senza ripensamenti di fronte a un uomo che tale resta soltanto nell’inclinazione sentimentale, ma scopre di sé il lato meno scontato. E, siccome la vulgata dell’universo Lgbt (lesbo, gay, bisexual, transgender), tende ad anteporre il concetto che il cuore non guarda a gusti e sessualità, il film mette in mostra un campionario di personaggi al confine con loro stessi. La soglia è una biologia, sulla quale convergono interrogativi messi continuamente in discussione. Un aspetto, racchiuso in quell’anyways del titolo, che la dice lunga sul concetto di qualunque “cosa” si sia. Rispettabile ed encomiabile il rispetto verso il sentimento amore. Discutibile l’avverbio inglese che, pur non escludendo la possibilità di voler bene, apre scenari al centro del dibattito social religioso e non solo, attualmente all’ordine del giorno. In questo senso, anche il legame tra Laurence e Fred è una sorta di amour fou.

dTRANSITI - Laurence è un uomo di passaggio. Per essere più precisi, al passaggio. Il film racconta questo viaggio. Itinerario di un sesso in evoluzione, dal maschile al suo opposto. E se, come anticipato, non muta il cuore, a cambiare rotta è invece l’aspetto fisico. Le perplessità e le difficoltà, soprattutto psicologiche, di questa trasformazione sono poste in primo piano da Dolan, attento a scavare nell’animo di un uomo che ama una donna, ma si sente di appartenere al genere femminile. E di una donna legata a un uomo in procinto di non essere più tale. La confusione che provoca riflessi sociali di difficile inquadratura è direttamente proporzionale al non mutare di un legame sofferente per l’immagine che i protagonisti offrono al contesto in cui vivono, più che al loro sentirsi due parti complementari di un unico essere. Non a caso, il quadro generale è composto da individui di apparente tradizionalismo accanto ad altri soggetti di indubbia e singolare coloritura. In buona sostanza, le varie facce del mondo sono rappresentate in un microcosmo, spesso sorprendente per eccentricità. L’apparenza rende ancora più tortuoso il cammino di Laurence, al quale non è estranea la violenza. Ne è vittima inconsapevole e se ne vergogna. Inventa bugie paravento. Compie il proprio percorso tornando nella classe in cui insegna, travestito da donna, per poi esserne espulso. La comunità esprime il suo verdetto attraverso la sentenza del consiglio scolastico. Alla “morale benpensante” si sottraggono gli esecutori e i custodi del pensare tradizionalista che individualmente si chiamano fuori dal pregiudizio, ma ad esso si arrendono.

eAMBIGUITÀ - Questo piccolo mondo moderno è popolato di personaggi al bivio. La mascolinità delle donne appiattisce ogni differenza con uomini che mostrano, dietro parvenze femminili, il cromosoma xy. I confini sono dunque polverizzati. A partire dai nomi. Fred è diminutivo di donna che all’occorrenza si presta ad essere scambiato per il suo opposto. Questioni di ambiguità. Come nella combriccola di Mamy Rose di cui fanno parte originali volti al limite. L’unico carattere ben definito è quello di Julienne Alia (Nathalie Baye), madre di Laurence (Melvil Poupaud), mai in discussione. Perfino l’aspetto di Fred (Suzanne Clement) si presta ad essere passibile di equivoco soprattutto nel gioco delle diverse pettinature, sfoggiate nell’arco delle tre ore scarse di film. Acconciature decisamente femminili accanto a tagli e “creste” più tipicamente androgine. Il film sembra popolato interamente da uomini che recitano anche le parti del sesso opposto. Naturalmente non è questa la realtà, ma il gioco delle apparenze risulta fondamentale in un mosaico in cui essere o sembrare costituisce l’asse portante.

cANALOGIE E ANTICIPAZIONI - Laurence anyways è un film del 2012. Il terzo nella filmografia di Dolan pur arrivando al pubblico dopo Mommy, posteriore di due anni e preceduto da Tom à la ferme, anch’esso sul tema dell’omosessualità. E in questo aspetto sta il suo limite. Pur nell’importanza dell’argomento, peraltro decisamente inflazionato dalla cinematografia mondiale, Dolan sembra specchiarsi in motivi frequentati e sul tavolo del dibattito già nel 2012. Il regista canadese, 27 anni, è un talento indiscusso ma, dei sei titoli finora al suo attivo, quattro hanno il denominatore comune dell’omosessualità. Difficile non toccare spunti già affrontati da altri autori appartenenti a questa corrente di gusto e inclinazioni come Pedro Almodòvar e François Ozon. Le coloriture del primo mostrano tracce evidenti in quest’opera di Dolan che, per i cromatismi accentuati, si riconduce in modo diretto alla cinematografia dello spagnolo. Quest’ultimo, genio indiscusso della macchina da presa, tuttavia ha utilizzato il travestitismo per descrivere le discordanze e l’attrito fra ciò che si è e ciò che si appare, al di là delle inclinazioni sessual-sentimentali, arrivando al compendio perfetto di Tutto su mia madre. Dolan si autocompiace troppo nell’imporre il dibattito secondo tematiche gay. Il cinema non è nuovo al lato omosex e, alla lunga, aggrovigliarsi sugli stessi spunti può risultare stucchevole e stancante. Oltre che poco originale.

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