pete3Il pericolo della fantasia è non vedere che cosa hai davanti agli occhi

 

Un drago e un bambino. L’icona del cattivo e quella del selvaggio. Miopie in 3D, perché il primo non è cattivo e il secondo non è un cavernicolo, pur vivendo in un anfratto creato dalla radice di un grande albero. Misteri della foresta. Misteri incomprensibili all’uomo più uomo che c’è. Quello che non vede di fronte ai propri occhi. Guarda, ma non comprende. Distingue i contorni, ma perde i significati. Si convince di essere il più forte e non è che uno dei minuscoli ingranaggi di una natura che, alla fine, costringe anche i buoni – il drago e il bambino – a capire come si vive tra i propri simili e le contaminazioni di rado sono plausibili. Gli ottusi… Beh, agli ottusi con il fucile c’è molto da spiegare ma con beneficio di inventario. Non è affatto detto che impareranno la lezioncina. Tanto vale provarci e Disney non si tira indietro. Mano agli archivi, il 1977 è anno sufficientemente distante per riproporre un film che fece epoca. Elliott il drago invisibile fu il primo registrato in dolby e oggi non è il primo ad essere proposto in tridimensionalità, ma tant’è. Il titolo è parzialmente identico, Il drago invisibile ed Elliott rimane il nome della creatura che impaurisce solo gli ottusi.

pete1La storia insomma è di quelle note e, se vogliamo, anche un po’ scontate. Ma ai bambini, si sa, vanno proposte equazioni semplici. Non certo per sottovalutare la loro intelligenza, ma perché anche ad adulti insospettabili, con rispettosa anagrafe, certi concetti sono tutt’altro che chiari. Meglio semplificare, dunque. E in questo senso Il drago invisibile è un film perfetto che combatte i pregiudizi più diffusi e dannosi. In primo luogo, il tema del diverso. Nel film ha due volti, il drago e il piccolo Pete, suo compagno di vita randagia. L’animale è l’icona dell’Altro. L’elemento estraneo. L’intruso. Il nemico da combattere e temere. Al quale sparare. E da ridurre all’impotenza. Il bimbo è invece l’icona del non civilizzato e dello sconosciuto. Colui che si comprende a fatica e ha molto da nascondere. L’innocente da guardare con distacco pur con annessa volontà di imporre il proprio sistema educativo, anche se resta da stabilire se sia davvero quello giusto. Allo stesso tempo, il drago e Pete rappresentano per lo spettatore – rispettivamente – la natura e l’innocenza di chi vive secondo regole elementari senza far male e senza nutrire ostili sensazioni nei confronti del mondo esterno.

pete2Il fronte è frastagliato, come si vede. E assume contorni differenti a seconda della prospettiva da cui lo si guarda. Tuttavia il drago e Pete hanno un interlocutore. Il mondo degli esseri umani, titolo troppo spesso assegnato vanamente. Ne Il drago invisibile di David Lowery la sfera dei cosiddetti “grandi” è divisa in due gruppi. Chi è fiducioso nei confronti del drago e cerca di aiutare il piccolo e ricostruirne la storia. E chi invece spara a quel “mostro”. Lo addormenta. La sua cattura vale bigliettoni e una fama che va oltre se stesso. Incatenare quella prodigiosa quanto temuta creatura è una prova di forza, mista a prestigio, che conferisce l’autorità. Il piedistallo su cui salire per conquistare il dominio. A tutti i conti fatti, è la solita storia degli uomini che sparano e conquistano perché è l’unico linguaggio loro conosciuto per dirimere controversie. O semplicemente – ed è molto peggio – per gestire lo stupore. Il film, come del resto il suo antecedente, tenta di spiegare che esiste il linguaggio della comprensione. Anche se gli uomini non hanno le ali e non possono improvvisare la loro invisibilità e il drago verde non può spiegare a parole la sua provenienza e la sua indole buona.

pete4Si giunge così al secondo insegnamento. L’equilibrio. Soggetti incompatibili per natura possono vivere insieme rispettandosi, benché non possano convivere sotto lo stesso tetto. L’uomo non abita nelle caverne sotto le piante, il drago – emblema di colui che si crede nemico e raramente lo è – non ha diritto allo scherno e al dileggio. Si può vivere insieme se non convivere. Si può dividere la felicità accettando il ruolo che la natura ha disegnato per ognuno. Concetto semplice, si dirà. E forse lo è. Morale disneyana, si obietterà. E questo è appunto l’orticello. Eppure. Eppure ce lo avevano mostrato già 39 anni fa. I giovani di allora – che sono gli adulti di adesso – non lo hanno capito. O forse non lo hanno ricordato. E oggi si è resa necessaria una sottolineatura. Non è sempre vero che un remake sia solo questione di mancanza di originalità. Purtroppo certi valori sono stati “dimenticati”. Ora Disney lo ripete ai ragazzi del 2016 che un giorno saranno adulti.

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