IMG_0607Non ha ancora scoperto chi stia bussando alla sua porta, Harvey Keitel. Eppure il prossimo anno è mezzo secolo che se lo domanda. Era il 1967 quando girò con Scorsese questa pellicola che si sarebbe rivelata un segno del destino. Il passaporto per una carriera sfolgorante e, soprattutto, una domanda con una risposta ancora in sospeso. Lo ha ammesso lui stesso a Locarno, dove è giunto accompagnato dalla moglie e dal figlio di 12 anni. Harvey Keitel ha ricevuto il Pardo ma si è ben guardato da fare apprezzamenti stile Cimino. “Sembra un pollo disse il regista de Il cacciatore, ironico e beffardo. Il pardo è animale permaloso e potrebbe vendicarsi. Lui non ha bisogno di avvertenze. È elegante di natura, benché sia sempre stato un maledetto doc sul grande schermo. Il cattivo tenente per Ferrara. Giuda nell’Ultima tentazione di Cristo per Scorsese. Il protettore in Taxi driver. Un mafioso in Mean streets. Il bonapartista caduto in disgrazia ne I duellanti di Altman. E l’elenco potrebbe continuare. Forse all’infinito.

«Ho recitato in mille ruoli, ma quel primo film è stato profetico. Sono sempre alla ricerca di chi sta bussando alla mia porta. Ma ognuno di noi, nel suo piccolo, tenta di rispondere a questo quesito».
Era il suo primo film, come ha ottenuto quella parte.
«In un provino che rischiò di finire a botte. Presi insulti e reagii a parole. E quando stavo per mettere le mani addosso alla commissione mi sentii chiamare alle spalle. Era Scorsese. “Harvey, è improvvisazione”. Finimmo a riderci sopra, ma non l’ha più fatto».
Vi conoscevate dai tempi della scuola, non è vero.
«Certo. Abbiamo girato anche a casa sua. E io ero a letto con l’attrice quando suo padre tornò per cena. Ne venne fuori un putiferio anche allora, ma la mamma di Martin mise le cose a posto».
Poi vennero Altman e Tavernier.
«Quando vidi L’orologiaio di St Paul confessai a un amico che Bertrand era il regista con cui mi sarebbe piaciuto lavorare e scoprii che lui aveva detto la stessa cosa di me. Sei anni dopo finimmo insieme sul set nella Morte in diretta con Romy Schneider. Era il 1980».
“Sono mister Wolfe, risolvo problemi”, ricorda questa battuta.
«Pulp fiction. Avevo già girato Le iene, con Tarantino. È un talento assoluto a scrivere sceneggiature, non come Abel».
Ferrara.
«Quando lessi il suo primo scritto pensavo fosse un incapace. Erano venti fogli scritti con caratteri corpo trenta. La buttai nel cestino. Poi mi vennero dubbi. Possibile che sia così incapace… E continuai a leggere. Improvvisamente scoprii che la parte finale era mozzafiato. E me ne inamorai. Del film, intendo. Era Il cattivo tenente».
Martin Scorsese. Quentin Tarantino. Brian De Palma. Abel Ferrara. Come mai tutta questa intesa con gli italoamericani.
«Forse perché sono mezzo italiano anch’io. Con sangue ebreo, però. E mia moglie parla italiano correntemente».
E che cosa ne pensa del cinema italiano.
«Avete un patrimonio immenso. Il vostro cinema e quello francese sono la madre da cui tutto è nato. Poi ha avuto un momento di difficoltà, ma ora si sta riprendendo. E ne sono felice».
Quindi lo ricorda con piacere.
«Ho avuto la fortuna di lavorare con Ettore Scola. Dario Argento che è in giuria proprio qui e Lina Wertmuller. Qualche anno fa anche con Sorrentino in Youth. D’accordo, lo ammetto. Avrei voluto fare anche La grande bellezza. Sarà per la prossima vita».
Ha avuto maestri importanti anche tra gli attori.
«Marlon Brando, soprattutto, quando il mito era James Dean. Non mi sarei mai aspettato tanto quando non ero nessuno, avevo sempre le tasche vuote e faticavo a mettere insieme dieci dollari».
Lei appartiene alla generazione cresciuta con il metodo Stanislavsky che oggi non si usa più.
«In realtà non è mai tramontato. Ogni attore lo utilizza anche se talvolta non se ne accorge. Ognuno si immedesima nella propria parte. Anche nella vita».
Sveli un segreto. Trump o Clinton?
«Ma non stavamo parlando di cinema… A parte gli scherzi, l’America sta cercando di fare qualcosa di importante in un momento in cui serve essere tutti uniti. L’importante è non perdere d’occhio questo obiettivo comune».
Che cos’è la violenza per un cattivo di lungo corso come lei.
«Non va usata. Mai. A mio figlio di dodici anni, Roman, sto insegnando proprio questo. La violenza non è quella che si vede al cinema. Nella vita fa male. Fa-ma-le. E non deve appartenere ai nostri orizzonti. Mai. E per nessun motivo».
Quale film non le è riuscito.
«Per uno solo mi è rimasto il rimpianto. La zona grigia. Meritava di più, invece non ha avuto la notorietà che era giusto avesse»»».
Che cos’è la fama per chi l’ha raggiunta.
«Qualcosa che conta poco. Perché tutti siamo artefici di noi stessi. L’importante è che ognuno, nel suo piccolo o nel suo grande, riesca a realizzare ciò per cui si è preparato e speso. Hollywood è un monumento. È là. Ma ognuno di noi, di voi, ha la sua Hollywood da rendere concreta».
E adesso…
«Adesso volo a Parigi. Ho 77 anni, appena compiuti ma la pensione può attendere. Torno sul set».

Tag: , , , ,