ciel2Il leone getta un occhio distratto. Il nome è un vago riferimento al nulla del web. Dove ognuno si nasconde dietro il paravento di se stesso. Virtuale proiezione di un reale da nascondere. Volto presentabile del delitto che verrà. Maschera di un terrorismo vigliacco. Lusinghe matrimoniali e tanta voglia di morte. Odio inestinguibile da iniettare subliminale dietro il viso pacato del fidanzato che ammalia. Sonia ne finisce schiava. Il cordone ombelicale ha la faccia turpe di facebook e skype. Zucchero musulmano. Finisce nel vortice di quell’arabo sconosciuto che vuol fare di lei una kamikaze di Allah. Lei impara a odiare. La famiglia. L’Occidente. La Francia. I cattolici, per lei ormai infedeli. La miopia religiosa odora di integralismo e la mette a nudo con il burqa. La compagna di scuola, islamica non estremista, ride di quell’ortodossia che acceca. Sonia. Adolescenza al tramonto. Fame di stragi.

Le ciel attendra di Marie Castille Mention-Schaar è il primo film che porta l’Isis sul grande schermo. E racconta come si insegna a uccidere. Come si inizia. Innocentemente. In una chat al profumo di quindici anni. Gli orizzonti globali di facebook e i sogni di chi fa sentire una ragazzina nei panni di una principessa. Salvo poi imporre. Proibizioni e veli. Burqa e mitra. Le ciel attendra non è in gara al festival di Locarno, dove è stato presentato fuori concorso davanti a una piazza Grande gremita dai colori delle mille facce dell’Occidente. Le stesse che hanno atteso, silenziose e curiose, l’inizio di una proiezione annunciata con distacco. «Un film ponte tra passato e presente» ha detto il direttore artistico Carlo Chatrian, valdostano d’Europa. E invece. Invece la Francia – reduce dal Bataclan e dalla strage di Nizza, ma solidale con tutti i massacri in nome di un dio che a Dacca non stava cenando – ha scelto la neutrale terra elvetica per la sua pacifica controffensiva al terrore musulmano dell’Isis con un’opera in uscita a ottobre. La fosca sigla cui oggi sono associati stermini non viene mai nominata direttamente ma l’allusione è chiarissima. Soprattutto nell’ambivalenza di una tematica che contrappone l’Islam professante senza estremismi dell’amica di Sonia al fervore integralista di quest’ultima. Invasata di furori crudeli. L’arruolamento per la jihad è anche questo. E la Francia del cinema si dimostra comprensiva con i diversi credo, ma severa con chi trasforma in guerra ciò che per definizione dovrebbe far rima con pace.

ciel1Fanatismo è tossicità. E questo traspare chiaramente attraverso la figura  della specialista in “dipendenze” che non sono solo droga e alcol. L’attrazione fatale del martirio viene trattata alla stessa stregua dei tunnel più cupi della società attuale. Il terapeuta diventa così la guida che permette di affiancare l’aspirante terrorista sedotta dal fascino dell’odio alla coetanea che stava per cadere nella stessa trappola ma è uscita dalla schiavitù del fanatismo. Il film non chiede la vittoria. A suo modo, Le ciel della Mention-Schaar è neutrale anch’esso. «Ho due figli e volevo che sapessero a cosa vanno incontro. Volevo dirlo a tutti i ragazzi che vogliono amore e non guerra» ha detto lei. Perché il film racconta come l’amore può insegnare ad odiare, anche se il teorema sembra lontano dalla plausibilità. Ma è proprio dietro il corteggiamento fantasma del web che si nasconde l’arruolamento. O almeno una delle strade che porta ad esso. Poi è l’angoscia di un trauma. Una famiglia che fa leva sui ricordi di una fanciulla spensierata, «violentata» dalla faccia più brutta di cui Allah sia capace. Nascondersi fra i sentimenti per gettare i semi di un odio cieco che conosce una sola parola. Jihad. E l’occidentalismo di volti e abitudini finisce triturato nel vortice di un azzeramento totale. Il film ha dunque i molti livelli della società odierna. Il potere del web incosciente. Il sentimento che rapisce. L’ardire inconsapevole degli amici fittizi vestiti di nickname e password anonime. Fantasmi di oggi. Fatti di bit armati. L’Europa di Locarno ha capito la sfida. E, a fine serata, in piedi, ha accerchiato la regista e il cast – fra cui Clotilde Courau, moglie di Emanuele Filiberto – e ha applaudito in piedi. Perché l’Isis non uccida più.

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