jodoPirandello conteso. «Ho sempre cercato di essere quello che sono, non quello che gli altri hanno voluto che fossi». Poi recuperato. E reinterpretato. «Ognuno viene visto in tanti modi diversi. Nessuno può dare una definizione assoluta di un’altra persona, ma dire solo quale lato ha visto. Individualmente». Alejandro Jodorowsky è molti volti allo specchio. Eclettismo e fantasia. Magia e filosofia. Circoscriverlo al ruolo di regista è riduttivo. Romanziere e studioso dei tarocchi. Artista. Attore. Mimo. Drammaturgo. E naturalmente cineasta. In questa veste è ospite del Festival di Locarno che gli ha consegnato il Pardo d’onore e ha mandato in passerella il suo Poesia sin fin, secondo e – forse – ultimo atto di una biografia, iniziata con La danza della realtà, uscito nel 2013.

Personalità poliedrica e affascinante – una giovane coppia ha perfino chiesto di essere sposata da lui che, con immediato rito profano, li ha uniti in matrimonio – Jodorowsky ha proposto un film surreale di grande seduzione e fascino. Suggestioni che si richiamano a Fellini. Colori che si ispirano alle tinte accese del più sfolgorante Almodòvar, il regista cileno ha descritto la sua famiglia e le difficoltà con un padre tiranno che aveva poca fiducia in lui. «Sono cresciuto in un ambiente di commercianti e, da allora, ho il rifiuto del denaro. Avrei potuto essere ricco come Spielberg, ma ho deciso di non vendermi mai». Non conosce neppure i meccanismi del marketing e lo ammette con limpidezza infantile a 87 anni suonati, giurando «di voler vivere fino a 120» e rifiutando di dare di sé una definizione. «Se riuscissi a fare un quadro preciso di quello che sono, vorrebbe dire che domani muoio. La vita è un divenire continuo. Si cresce ogni giorno e ogni giorno ci si completa». Presente. Futuro. E un esoterismo fatto di quei tarocchi che attraversano i film sulla sua vita. L’appeso. Storia di un amichetto che offrì il proprio amore venendo rifiutato dall’etero impenitente Jodorowsky. Gli amanti. Le stelle. Il mondo. La papessa. Simboli di una vita che si vive in diretta. E si sviluppa nel divenire. «Li ho studiati per quarant’anni e forse soltanto ora posso dire di averli capiti». Oppure la psicomagia. «La pratichiamo tutti i giorni. Senza accorgerci. È una sorta di esorcismo. Come quando la mamma punisce il tavolo perché ha fatto male al suo bambino. E lui si tranquillizza, però».

iodo1Già, la mamma. Le orme familiari restano impresse. E cullano i rancori di un disaccordo paterno mai sopito né ricomposto. «Ho avuto un cattivo esempio da lui e quando sono diventato papà ho dovuto studiare, imitando quelli che a me sembravano genitori perfetti. Ci sono riuscito solo oggi. Forse. Oggi che a 87 anni ho una compagna di 45 minore di me, dopo aver cambiato molte donne che sono state il mio Vietnam». Ma quel padre mai amato non è riuscito a diventare oggetto di odio. Jodorowsky abbandona lo sguardo retrospettivo e si trasforma in filosofo. «Sorridiamo anche a chi ci è antipatico. Oggi se incontro qualcuno che non mi piace glielo dico: “Lei non mi è simpatico, posso abbracciarla”. L’ira genera altra ira. Errore nefasto». Insegnamento non facile. E viene subito disatteso. Non appena Jodorowsky finisce di parlare, un’anziana viene a male parole con una ragazza che immediatamente approfitta. «Ci abbracciamo…». Ma quella, inacidita, ribatte: «Non ci penso neppure». Occasione perduta.

Anche il maestro viene travisato. I buoni propositi restano sulla carta. Lui non se ne avvede e sorride. Pronto a una nuova sterzata. Il regista. «Il cinema è il luogo dei miracoli. Mi capitò di scegliere in un cast una signora di mezz’età. Andai a prendere accordi il giorno prima del ciak e scoprii che cinguettava con tutti, senza sapere una parola del copione. Mi arrabbiai molto. Le feci promettere di studiare la sua parte nella notte e mi rassicurò, ma il giorno dopo, sul set, c’eravamo tutti. Tranne lei. Le telefonai. Nessuna risposta. Andai a casa sua. Non rispondeva. Suonai il campanello. Nulla. Alla fine feci abbattere la porta dai vigili del fuoco. Era morta. Il destino mi costrinse a cambiare attrice. La nuova recluta, non più di età verdissima, fu molto migliore della titolare passata nel numero dei più. Un miracolo». E ce ne sono perfino di economici.  «Non so se sono un buon cineasta, ma sono un pessimo commerciante e non sempre ho avuto i soldi per “produrmi”. Negli anni Sessanta mi salvò John Lennon. Non avevo denaro ed ero disperato. Mi procurò un produttore e un milione di dollari. Senza di lui El topo non sarebbe mai nato». Per Poesia sin fin, il geniale Jodorowsky ha puntato sul crowdfunding, che è roba da giovani. E da terzo millennio. Perché lui non è Spielberg. Ma il film, ricco di citazioni e fortemente intriso di America Latina, sarebbe piaciuto a Dalì. Eccentrico e con i baffi. Surreale. Un po’ come lui.

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