images-1Piccoli bamboccioni crescono. Si allenano. Si esercitano. La famiglia a due – mamma e figlio – scopre le crepe che minano la casa. Fratture che non si vedono, ma si sentono, non appena mamma trova un fidanzato. A buttarla sul ridere, ma non troppo, è Julie Delpy, due volte candidata all’Oscar per Prima del tramonto e Before midnight, entrambi di Richard Linklater. Ebbene con Lolo – Giù le mani da mia madre, titolo aggiuntivo tutt’altro che indispensabile all’originale nomignolo, la Delpy approda alla sua sesta regia con un film presentato a Venezia nel 2015, ma rimasto in astanteria. Il tema è semplice. I figli di mammà. E, nella fattispecie, il Lolo del titolo è un ragazzo di 17 anni con il bernoccolo artistico e un solo scopo nella vita. Allontanare dalla gonna della madre presunti e probabili pretendenti. La donna, single con un figlio a carico, trova però Jean-René, fresco fresco di divorzio e con buone intenzioni.

UnknownL’informatica in cui questi naviga per professione è un mare inaccessibile a chi invece nuota nell’arte e i mondi, sconosciuti l’uno all’altro, si riflettono nel contrasto fra le due figure maschili del film. Ne scaturisce una guerra senza esclusione di colpi ma a senso unico. Una guerriglia, per meglio dire. Perché Lolo non lascia nulla di intentato pur di evitare che uno sconosciuto gli “porti via” sua madre. L’utilizzo di animali sconcertanti come i vermi, sommata allo spaccio di improbabili amanti con annessi dispetti e dispettucci ai danni del posto di lavoro del malcapitato Jean-Renè completano la geografia dei disastri artificiosamente creata ad arte dall’odioso Lolo, smascherato poi dalla mamma solo nelle sequenze conclusive. Uno spettacolo poco originale forse perché molto diffuso e consueto ai tempi d’oggi, in cui non sempre né rigorosamente occorre avere un marito per avere anche un figlio. Ebbene la proiezione di ciò che potrebbe avvenire se il “piccolo” non supera una sorta di complesso edipico è chiaramente mostrato in chiave ridicola e ridanciana dalla Delpy in questo film.

Unknown-1Dany Boon nei panni del co-sceneggiatore, oltre che del fidanzato bersagliato dagli scherzi del ragazzo, è garanzia di comicità, ma in Lolo l’esplosività del riso trovata in altre pellicole – fra le quali Un piano perfetto e Supercondriaco – si riduce moltissimo. Ci si diverte con una punta di amaro e molta antipatia per quel bamboccio che, invece di divertirsi con i coetanei e cercare una morosa, si preoccupa di rendere la vita impossibile alla madre e al fidanzato di turno. Se tuttavia Lolo rappresenta una pausa di originalità del recente cinema francese, va detto che il film risulta di gran lunga più appetibile di tanti sforzi equivalenti da parte di differenti cinematografie. Resta invece da stabilire se lo scopo fosse quello di far ridere. Il film ha tinte serie, benché molte situazioni paradossali prestino il fianco all’ilarità. E questo diventa il neo più evidente. Si fatica davvero a trovare un modo per classificare l’ultimo lavoro della Delpy. E ciò non sarebbe necessario se, al tempo stesso, non fosse anche la dimostrazione di un’opera che manca di una sua propria identità. Le movenze della trama, inevitabilmente, riconducono a tanti scenari consueti con figli fin troppo dipendenti da mamma e papà. Ed esageratamente attenti alle migliori strategie per non uscire di casa.

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