imagesLascia stare il cibo. Li abbiamo presi stamattina

Estate 1910, la guerra è alle porte, ma ancora sufficientemente distante per non apparire come la fine di un mondo che in realtà sembra già finito da un pezzo. Scampoli di varia e discutibile umanità galleggiano sulla superficie di un’apparenza senza sostanza. Frammenti di isole disperse in un mare disordinato. L’incontro fortuito di eterogenei fantasmi è la scomparsa. Il mistero che si svela in un baleno e non porta la gioia della verità, perché se ne scopre il suo lato più amaro. L’inutilità. Il vano, vacuo e ondivago nulla in cui tutto precipita e viene sepolto. Ma Loute di Bruno Dumont è la surreale e visionaria dimostrazione di un mondo già morto prima di essere ucciso. Quella guerra che avrebbe cancellato una generazione di giovani era l’espressione di una società malata. E di una malattia sociale. Un macrocosmo a brandelli in ogni sua parte. La borghesia. Il terzo stato. Le forze dell’ordine.

Unknown-1Sulla Slack bay vacanza non fa rima con relax e alcuni ospiti scompaiono improvvisamente. Il giallo occupa l’intero soggiorno di coppie e famiglie stranamente assortite e l’ispettore Machin con il suo assistente Malfoy faticano a venirne a capo. Ma la ricerca dei colpevoli non è il fulcro della trama e, allo spettatore, l’enigma è svelato fin dalle prime scene. Il film mostra dunque un doppio livello di comunicazione che distingue e colloca su binari opposti l’informazione trasmessa al pubblico, anticipata e approfondita rispetto a quella diffusa fra i protagonisti. La scelta non è casuale, ma subordinata al desiderio di offrire a chi guarda un elemento per comprendere un macrocosmo degenerato, paradigma di ciò che esso rappresenta in piccola scala. E l’ignaro, astratto e disinteressato stupore dei vacanzieri davanti davanti a quelle sparizioni ne è la cifra distintiva.

Unknown-2I tre segmenti sociali mostrano deformazioni evidenti. L’aristocrazia ha difetti fisici e caratteriali, frutto di matrimoni fra consanguinei che depauperano completamente l’aspetto esteriore e mentale. Fusione di difetti evidenti che simboleggiano le tare intellettive, prima ancora che intellettuali, di una coralità maschile e femminile ombra di se stessa. Il popolo, grezzo e rozzo, di cui il giovane Ma Loute è espressione con il padre ironicamente soprannominato “L’Eterno”, è contraddistinto da abitudini cannibalesche che spingono alla repulsione anche lo spettatore. È il cibo stavolta a dare la sottolineatura. Infine, i due poliziotti, emblema d’evanescenza. Impalpabili nei ragionamenti e perfino nelle conclusioni, si rivelano scarsamente ancorati ai fatti reali, al punto che Machin rotola – è sempre l’aiutante Malfoy a rimetterlo dritto – e alla fine addirittura si alza in volo, faticando a restare con i piedi per terra. Nuova simbologia, attentamente studiata.

Unknown-3Non esiste, insomma, alcuna via di fuga da questa situazione disperata nella quale si dibatte l’umanità in qualsiasi delle sue declinazioni. I braccianti restano antropofagi come i peggiori selvaggi, più antiquati perfino degli uomini primitivi, cacciatori per definizione. La borghesia, vuota e sterile, sembra perpetuarsi in questa condizione di stolidità attraverso la consanguineità dei legami matrimoniali che oltre a corrodere il livello mentale sembra consolidarsi nell’abitudine di ricercare un approdo malato nelle stesse stanze di provenienza. Geneticamente, questa diventa così una culla di storture alla quale è impossibile sottrarsi. E quando Billie, figlia androgina  e ambigua di questa classe altolocata, s’invaghirà del rude Ma Loute, la loro unione si rivelerà impossibile e inconcludente. Il pessimismo di Dumont non è quindi da leggersi in chiave politica. Nessuna lotta di classe in chiave surreale, insomma. Ma l’ineluttabilità di un destino storico e sociale raccapricciante. È, piuttosto, la ricostruzione del mondo disfatto di inizio secolo – il Novecento – che sembra curiosamente sdoppiarsi in un mondo altrettanto deteriorato di primo millennio. L’attuale. Non a caso Billie è figura al crocevia tra i sessi e le identità. E l’aggressione di cui resta vittima nulla c’entra con la sfumatura transgender che attraversa entrambe le sessualità. È un atto dissacratore contro un carattere che assume su di sé il tono della mistificazione e suscita il turbamento.

UnknownIn Ma Loute molti sono i debiti nei confronti del cinema delle origini. Il richiamo più evidente è quello a Stanlio e Ollio, di cui Dumont è un estimatore. Machin ricorda nel fisico e nell’abbigliamento il gigantesco pasticcione Oliver Hardy, mentre Malfoy è il doppio di Stan Laurel anche nell’espressione del viso benché i baffi modifichino la fisionomia del comico che ne era privo. Bombetta e continue gag collegate al rotolare di Machin completano un’identità mai in discussione. Il tono dell’intero film, così scanzonato e surreale, ricorda poi la commedia di Max Linder, anch’egli borghese un po’ maldestro, francese come Dumont, e – lui sì – dotato di mustacchi. A completare i rimandi alle pellicole d’epoca si aggiungano le lievitazioni nell’aria. Isabelle (Valeria Bruni Tedeschi) simboleggia il miracolo che tuttavia resta anch’esso fatuo e impossibile come la frontiera dell’assoluto verso cui corre la comitiva di protagonisti. Quello dell’ispettore è invece un volo – quasi pindarico – come avviene nei cortometraggi fantasiosi e irreali agli albori della Settima Arte, soprattutto nella produzione di Méliès.

imagesLo schematismo che si è visto emergere, costituisce una caratteristica di rilievo di Ma Loute, ma non è estraneo nemmeno in altri dettagli. L’aristocrazia si divide in due famiglie in cui altrettante coppie fratello-sorella, cugini fra loro, si sposano specularmente. I braccianti, pur essendo un unico nucleo, sono in realtà due gruppi diversi. Padre e figlio – traghettatori di turisti da una riva all’altra, ma anche nocchieri di sconosciuti tra la vita e la morte – si contrappongono alla moglie e madre dei tre fratellini di Ma Loute, cui è assegnata la cucina delle membra umane. Due sono anche gli ispettori chiamati a far luce su un mistero fantasma. E due sono infine perfino le categorie attoriali. I professionisti Fabrice Luchini, Valeria Bruni Tedeschi e Juliette Binoche, tutti con recitazioni carismatiche e decisamente sopra le righe con trasformazioni anche fisiche – Luchini è gobbo – contrapposti ai volti presi dalla strada tra i quali emerge Brandon Lavieville che dà la propria fisionomia a Ma Loute, individuato nel nord della Francia tra Lille e Dunquerque dove è originario il regista. A fare da spartiacque, Raph, creatura dell’ambiguità, di sesso femminile ma dai lineamenti androgini, che per tutta la durata del film impersona l’oscillazione con il continuo disorientamento di una parrucca che cade e delimita il fragile confine fra uomo e donna. Identità all’apparenza indecifrabile anche dopo la presunta morte. Perché, in fondo, non c’è via di uscita.

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