V2Vattene!

 

Storia di un fuga. E, al tempo stesso, di un approdo. Sullo sfondo, violenze da cui si cerca il riscatto. Si evoca il demone. E si scongiura il ripetersi. Nei mesi della campagna di sensibilizzazione sociale contro il femminicidio spunta sul grande schermo La vita possibile di Ivano De Matteo, già noto per I nostri ragazzi, che ora torna con un’opera che costituisce un passo avanti rispetto ai bamboccioni pasticcioni e impenitenti che fanno tribolare mamme e papà. Film a tratti respingente per l’aggressività con la quale vengono trattati alcuni temi, tra cui la contrapposizione – decisamente esasperata – tra vegetariani e carnivori, che oggi lascia spazio a un argomento di maggiore attualità, trattato con maggior garbo ed equilibrio. Due anni dopo quella prova, La vita possibile rappresenta invece la speranza. Il femminicidio non c’entra ma i soprusi ai danni del gentil sesso ci sono eccome. E sbaglierebbe chi pensa che si tratti della solita demagogia a buon mercato sulle bancarelle della retorica. La scena d’avvio – un marito che picchia la moglie davanti al figlio di 13 anni – rischia di avere il rilievo di una notizia ai margini della cronaca nella nostra quotidianità e ciò offre già il quadro di una società disperata che ha perso valori. Etica. E responsabilità. Oltre a molto altro. L’esistenza non finisce contro lo spigolo, tuttavia. E la cicatrice di Anna (Margherita Buy) non resta a imperitura memoria come trascorsi da incubo. Esiste il margine della speranza. L’avvenire e il futuro.

V1Ingredienti per plasmare il domani. Un’amica che offre la propria sponda. E Carla (Valeria Golino), attrice di teatro un po’ folle e donna brillante nel suo allegro e non compianto essere single, riesce nell’impresa. Un lavoro modesto, ma – in fondo – che importa… Guadagnarsi dignitosamente uno stipendio vale talvolta più di un prestigio soltanto apparente o quanto meno discutibile. Una casa, piccola e accogliente, sia pure. Qualche conoscente. Talora gli amici non servono. Ne basta uno, limitando e limando problemi ed equivoci. L’amore invece è tasto delicato. Anna se la cava con un figlio che deve affrontare la mancanza di un padre violento. Il cambio di città. Una vita diversa. Un mondo che non conosce. La mancanza di compagni di gioco. E, alle soglie dell’adolescenza, questo universo frammentario e frantumato ha il sapore dell’apocalisse. Gli angeli custodi esistono e hanno forme spesso sorprendenti e inconsuete. Il bacio di una prostituta. La carezza di un uomo che uccise un bambino in un incidente stradale. L’umanità che si ritrova nelle pieghe di un sociale calpestato. E il tredicenne s’innamora – platonicamente – della lucciola che è la sua sola anima gemella in notti di pioggia e freddo in una Torino dove il grigio dell’uggia meteorologica è in realtà il distacco di una metropoli fredda e, all’apparenza, solidale.

V4Ma l’amore impossibile, a tredici anni, innesca il cupio dissolvi che l’adolescenza accentua. E quando tutto sembra crollare inevitabilmente verso una china irreversibile, il sorriso torna a farsi strada attraverso la compiacenza dell’esperienza di chi ha maggiori delusioni sulle spalle ed è in grado di gestire l’emergenza psicologica di un ragazzo. La vita possibile è un film di speranza e, non a caso, si chiude con un successo degli anni Sessanta – La vita cantata da Shirley Bassey, hit di successo, uscita nel ’68, in un’epoca fatta di di juke box e non di radio libere e I tunes – seguita dal Notturno di Chopin in accompagnamento ai titoli di coda. E l’ottimismo, che non è quello senza ragione di tanta superficialità formale nei rapporti umani, traspare dallo spiraglio e dalla via d’uscita che non è mai blindata. In questo senso, la vita è possibile. Esiste una fuga. La strada verso la salvezza. Il lavoro di una donna che sta ricostruendo se stessa dopo un marito troppo violento e il tentativo di approccio pesante da parte di uno sconosciuto. Ha il colore di una bicicletta e di una partita a pallone per un ragazzino in cerca di identità. E la gioia di una voce amica per Carla in perenne insofferenza per la sua solitudine. Basta un amico. Uno, dicevamo. Questa, almeno, la teoria del regista. Anna per Carla e viceversa. La prostituta per il ragazzino, che viene sostituita dal titolare della trattoria quando il sogno di purezza s’infrange nella volgarità mercenaria. Ne basta uno. E forse basta esserci. Nell’unico momento in cui serve. Esserci.

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