bla2Un centralino che non risponde mai. Angoscia dell’invisibile. E quando una voce si materializza e il miracolo avviene, si rivela peggiore di quell’assenza palpabile. È l’inizio di un pellegrinaggio senza fine, dove l’ingiustizia non è la mancata replica telefonica ma la beffa. L’inizio di un’odissea che sarebbe riduttivo definire disagio. È la burla del debole. La morte della speranza. La condanna di una società che non sa trovare un ruolo e un posto per chi vive nella difficoltà. “È la storia di tutti noi e di un mondo che dobbiamo contribuire a cambiare perché ha fatto dell’indifferenza la sua legge” ha detto Ken Loach, ospite all’ultimo festival del film di Locarno per presentare Io, Daniel Blake, vincitore della Palma d’oro a Cannes, in programmazione sugli schermi italiani dal 21 ottobre. Il cinema del regista britannico è sempre sotto scacco dell’accusa di essere politicizzato e contraddistinto da una prospettiva sinistroide, quale è l’ideologia cui Loach si riferisce. I residui della II guerra mondiale in Terra e libertà. Le pieghe del pregiudizio in Jimmy’s hall. Il dramma degli ultimi ne La parte degli angeli. E gli ultimi sono anche al centro di Io, Daniel Blake che ha per protagonista Dave Johns, attore poco noto ai più e molto famoso nei panni comici in terra d’Albione. Il regista ha spiegato di averlo scelto per il perfetto fisique du role nelle vesti di un falegname cardiopatico, rimesso in sesto alla bell’e meglio, ma interdetto dallo svolgere lavori faticosi. Da qui il paradosso sul quale si regge l’intero film. Ogni mestiere richiede sforzo e l’eccessivo garantismo sanitario dello Stato con la complicità di una burocrazia pachidermica, di fatto impedisce a Blake di potersi mantenere. La vendita dei mobili consente pochi pasti. L’attesa di ricevere l’indennità diventa un incubo. Fino all’ultimo respiro.

bla1Tuttavia, tra le pieghe della miseria, Blake incontra Katie – madre non maritata di due figli piccoli – anch’essa in cerca di un posto di lavoro. Le peregrinazioni negli uffici lasciano che l’insolita “famiglia” venga stritolata dalle aberrazioni amministrative della Gran Bretagna di oggi, con l’unico marginale vantaggio di favorire la solidarietà dei quattro nuovi poveri in una Newcastle apparentemente disinteressata ai loro destini. Il dramma si consuma proprio nel tempio laico di questi soprusi, durante uno dei più concitati e snervanti confronti tra chi chiede di lavorare e chi prende tempo per eseguire i dettami di una normativa opinabile. Le premesse di questa tragica situazione di emergenza sociale – a detta dello stesso Loach – traggono origine dal governo di Margaret Thatcher negli ormai lontani anni Ottanta, quando il cosiddetto welfare imboccò una crisi irreversibile iniziando a soccombere. Gli effetti di quel periodo si fanno sentire ancora e il dramma confezionato da Loach vuol denunciare questa situazione, invitando alla cooperazione perché le nuove forme di indigenza possano essere sconfitte dall’iniziativa sociale e individuale, considerata la latitanza dei governi.

bla3Il film, ambientato in una Gran Bretagna operaia e riconoscibile, in realtà potrebbe essere la fotografia di una nazione qualunque e una città qualunque. L’approccio del singolo con le istituzioni ha la sfumatura drammatica di qualsiasi latitudine geografica e la medesima risposta. L’allontanamento. Il rimbalzo. Tra porte che si chiudono e sconcertanti segni di impossibilità, sta la sorda resa dell’impiegato, interpellato volta a volta. Girato per lo più in interni con qualche esterno strategico come la protesta di Blake e il suo arresto da parte della polizia, il film ricalca ambienti e atmosfere care a Ken Loach. Il tessuto sociale diventa uno dei protagonisti come già lo era stato in molti altri titoli della filmografia precedente. Tuttavia va notato che le opere dell’autore inglese comprendono sempre un grande assente – personaggio o sensazione – che di fatto attraversa la narrazione, dominandone gli eventi. In Terra e libertà è il nonno, appena scomparso, del quale la nipote squarcia il velo del passato, aprendo il baule dei ricordi. Pallida eredità di affetti e sofferenze. Ne La parte degli angeli – forse il più bello tra tutti i film di Loach – era il pregiudizio che marchia con il timbro dell’irreversibilità il riscatto di ex detenuti, alle prese con una società che non li perdona, benché abbiano saldato il fio delle loro colpe. In Io, Daniel Blake è l’ingiustizia sociale conclamata che respinge nel ghetto della miseria chi tenta di uscirne. Difficile dire se quest’ultima opera, in cui la tensione narrativa non si abbassa di un solo istante per tutta la durata del film, sia di destra o di sinistra. E francamente, poco importa. Perché se l’equità sociale è il fine ultimo da raggiungere, il meccanismo di sottrazione da queste categorie politiche e ideologiche diventa automatico. Consigliata la visione a chi sostiene che oggi, con un telefonino o su internet si risolve ogni problema…

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