ben1Un nome inquietante – Giuda – che nulla c’entra con il traditore di Gesù, pur avendo vissuto negli stessi anni. Un precedente illustre della cinematografia – oltre a tante miniserie televisive – che risale al 1959 per la regia di William Wyler, lo stesso a cui si deve un capolavoro come Vacanze romane.  Una versione in tridimensionalità che ne rispolvera l’incontaminato appeal. Qualche differenza con la storia narrata nel kolossal di 57 anni fa. Tutto questo è Ben Hur del regista kazako Timur Bekmambetov in cui il protagonista è Jack Huston, nipote di John, che confezionò per il grande schermo la celebre versione de La BibbiaL’onore dei Prizzi. Il film è un peplum, in cui viene ricostruita la storia di due fratelli – Giuda Ben Hur e Messala – che si trovano divisi su opposte sponde. Mentre il primo resta un paladino del popolo giudeo, il secondo fa carriera militare e diventa un fiduciario del governo di Roma. Le avverse sponde alimentano l’inimicizia, nonostante le comuni origini e, dopo una rivolta, proprio Ben Hur viene ridotto in schiavitù e “condannato” a remare sulle galee. Un improvviso affondamento della sua nave fa naufragare il servo su un’isola, dove incontra un vecchio mercante di cui diventa amico. Sarà proprio quest’ultimo a pilotare la vendetta di Ben Hur contro Messala nell’arena dove si tiene la corsa delle quadrighe.

ben3Questa versione di Ben Hur è un peplum dalle ricostruzioni suggestive, esaltate dalla versione in tridimensionalità che sembra di grande attrito anacronistico visto il tenore delle avventure trattate. Tuttavia, l’effetto è notevole e la prospettiva – soprattutto per quanto riguarda le scene finali della gara circense – risulta di grande fascino. Leggermente diversa dall’originale è invece la trama che ricalca però l’asse principale. Nella versione del 1959, Messala e Ben Hur non sono fratelli adottivi, ma amici d’infanzia e lo schiavo viene presentato allo sceicco da uno dei tre re magi che aveva incontrato in precedenza. È proprio Baldassarre a presentargli Ilderim che lo invita allo scontro con Messala. Questi dettagli sono totalmente assenti dal film di Bekmambetov che ha un finale completamente diverso. Non è il condottiero romano in punto di morte a rivelare a Ben Hur il destino della madre e della sorella, poi miracolate da Gesù, incontrato sul cammino verso il Golgota, come invece avviene nella versione diretta da Wyler. Se insomma la storia è ben nota e, tutto sommato, ricalcata dalla falsariga dell’illustre precedente, molti sono i particolari che ne divergono. Questo Ben Hur paga forse una squadra attoriale certamente meno prestigiosa di quella che aveva in Charlton Heston il suo vecchio protagonista, Jack Hawkins nel ruolo del governatore romano e Stephen Boyd in quello di Messala.

Il senso dell’opera è chiaro e privo di ambiguità e trae spunto da un concetto paradigmatico, emerso proprio nella storia antica. La vittoria di Davide contro Golia, con tutti gli annessi del caso. La costanza nel cercare la rivincita e il ragionamento, ovvero la strategia, alla base del successo finale. Il piccolo può vincere se individua il punto debole del più grande. La potenza. L’apparato. La solidità. Non sempre queste prerogative conferiscono al Golia di turno – sia esso un singolo o un impero – l’invulnerabilità. E lo sceicco, interpretato da Morgan Freeman nel Ben Hur attuale, rappresenta la forza e la brillantezza della ragione e della riflessione, ingredienti ineliminabili perché il minuscolo Davide possa sfidare, con qualche freccia al suo arco, il possente e apparentemente inattaccabile gigante. Morale non certo nuovissima per un intreccio altrettanto frequentato, che comunque offre un’altra versione kolossal che non lascia indifferenti.

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