ne3Lui sogna me e io sogno lui. È il mio torturatore.

 

Un poeta e la tortura. Storia di un’angoscia latino americana. Paradigma di vessazioni mai concluse, incubi che si ripetono uguali e hanno il sapore di una vicenda politica reiterata nei decenni. Neruda di Pablo Larraìn non è solo lo spaccato di una vita a ridosso del secondo dopoguerra, ma è anche un  triste monito di quello che sarebbe accaduto in Cile a distanza di un trentennio da quei fatti. I desaparecidos di ieri assomigliano terribilmente all’esilio forzato di uno scrittore che fu senatore della repubblica alla fine degli anni Quaranta. Il racconto di una dissidenza che ancora oggi ha il sapore di un dramma infinito.

ne4Il film di Larraìn coniuga dunque questi due opposti. L’ansia e l’anelito di libertà di un letterato controcorrente e una repressione senza intervalli. Al punto che l’ossimoro cinematografico diventa l’asse portante dell’intera opera. Il premio Nobel rese famoso il suo torturatore nella doppia figura dell’uomo che lo “rincorreva” e in quella del presidente Gonzalez Videla, rimasto alla guida della Casa Blanca fino al 1950 prima di uscire dalle liste elettorali, pur continuando l’attività politica. Videla – nulla in comune con il dittatore argentino negli anni della giunta militare – era un radicale che si estromise dal partito quando quest’ultimo appoggiò la candidatura di Allende alla presidenza. In tarda età Videla fu infatti uno dei collaboratori di Pinochet e del suo governo. Il collegamento storico, mai evidenziato nelle riprese di Larraìn, appare tuttavia fondamentale per riprendere quel nesso che unisce il remoto trascorso di Pablo Neruda con la più recente tragedia della sporca guerra che attraversò Argentina e Cile.

ne1La persecuzione ha questo tratto antinomico. Unire in un unico destino, attraverso le parole e la Storia, la vittima e il suo aguzzino. Non a caso, il commento di quest’ultimo sarà rivelatore. “Mi ha riempito di sangue e vento, ma ora non sono più un personaggio secondario”. E tale non potrà più essere dal momento che ha raggiunto la poco ragguardevole statura dell’uomo con il compito di bloccare un dissidente eccellente. Neruda vive di suggestive atmosfere d’epoca, intrecciando allo stesso tempo una vicenda politica con una storia d’amore e di sofferenza. “Scriverò versi tristi, questa notte” dice il poeta alla ciglia della sua partenza, ma il valore della sua testimonianza è racchiuso nella frase che pronuncerà una volta raggiunta la Francia, sede del suo asilo. In Cile ci sono molte persone come me, vittima delle torture. Il mio aguzzino è ovunque. Forse anche qui a Parigi. È la cifra di una sorte implacabile e di un destino comune non soltanto a Neruda, ma anche ai vari film di Larraìn, particolarmente attenti alla situazione del suo Paese e alla sofferta storia che lo ha travagliato dal dopoguerra a oggi.

ne2Biopic a sfondo drammatico, Neruda si svolge nell’arco di pochi anni senza ripercorrere l’intera vita dell’uomo che nel 1971 avrebbe vinto il Nobel per la letteratura, per spegnersi il 23 settembre 1973 in circostanze ancora da chiarire, pochi giorni dopo il colpo di stato di Pinochet. Il celebre discorso “Yo acuso” pronunciato da Neruda all’assemblea cilena, all’indomani di una repressione dei minatori, in cui prendeva le distanze dal presidente Videla, dopo esserne stato un stretto collaboratore, apre le sequenze di un film che si conclude con l’esilio del poeta, rimasto a Parigi un paio d’anni, prima di approdare a Capri e poi a Ischia fino al 1952. Il periodo italiano è stato adottato dal cinema ne Il postino di Massimo Troisi, con Philippe Noiret nei panni dello scrittore. Ora Larraìn sembra concludere, in una sorta di ipotetico dittico, gli anni europei di Neruda fino alla scomparsa politica del nemico Videla.

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