mo3Pupille nelle pupille. Il desiderio di una vendetta che si completa nello sguardo. Osservare dritto negli occhi chi ha investito un ragazzino e poi è scappato. Storia di una miseria e una povertà etica che odora di morte. Storia di una madre che non si arrende. Ricerca poco demagogica e molto umana della chiave di una disgrazia che cambia la vita a chi ne subisce l’effetto. Diane perde il figlio proprio così. Su una lingua di asfalto qualunque. Una Mercedes color caffè lo investe e fugge. Alla donna crolla il mondo addosso in pochi e tutt’altro che fuggevoli attimi. S’incrina l’intesa coniugale. La solitudine prende il sopravvento. Il baratro del nulla inghiotte verità che la patina della superficialità sommerge asetticamente. La donna non ci sta. Non si arrende al silenzio. Vuole giustizia. Non quella dei codici e delle toghe. E nemmeno quella dell’arma che spara un qualche ipotetico colpo. Ma lo sguardo severo e inclemente. L’occhio che non perdona e denuncia al tribunale della coscienza, molto diverso dall’istituzione di carta bollata.

mo1Per mio figlio – ma il titolo originale è Moka - di Frédéric Mermoud è un dramma psicologico, costruito con dialoghi dosati. Precisi. Mai ridondanti. Non serve un’alluvione di parole per descrivere personaggi calibratissimi nel rappresentare disvalori, più che valori, nel campionario umano. Diane (Emmanuelle Devos di Violette di Martin Provost e Coco avant Chanel di Anne Fontaine) è la madre indomita a caccia della verità negata e, in questa rincorsa senza fiato verso il traguardo, s’imbatte in un’altra donna dai colori misteriosi, Marlène (Nathalie Baye, vista in Effetto notte di Truffaut e recentemente in Laurence anyways ed È solo la fine del mondo del talento emergente canadese Xavier Dolan). È il volto presentabile di una famiglia dissestata in cui Vincent è un compagno truffaldino e ambiguo. Mentitore e perennemente in cerca di amori facili colti di sfuggita. Moka, la macchina “incriminata”, è in vendita a prezzo di saldo e proprio da lì parte la ricerca di Diane che smaschererà il colpevole dell’omicidio stradale.

mo2Definire Per mio figlio un giallo sarebbe una banale limitazione che circoscrive la portata di un film tutt’altro che banale. Si parte da un pretesto, ormai purtroppo largamente diffuso nelle cronache. L’investimento pirata. E si arriva a una soluzione che scopre una sola sfumatura dell’infinita casistica alle spalle della tragedia di una morte senza responsabilità. Il titolo originale prende spunto dal colore dell’auto coinvolta e diventa un veicolo anche allegorico della disgregazione in cui matura il disastro. L’obiettivo inquadra una famiglia. Il suo sfilacciarsi ed essere completamente scoordinata senza che alcuno dei componenti riesca a trovarsi coerente con il resto dell’insieme. Vite indipendenti, insomma, condotte in larghi coni d’ombra di cui spesso ognuno ignora i riflessi dell’altro. Baratro del non visto e dell’ignoto. Mascherati dietro una facciata probabile. E presentabile. Il ritratto di una borghesia poco illuminata e molto in ombra esce nitidamente dall’opera di Mermoud che individua proprio nel perbenismo tollerante e accondiscendente il terreno fertile del prosperare di tante storture. L’investimento senza soccorso, purtroppo ricorrente al giorno d’oggi, scopre il velo a vite totalmente ignobili al punto da far sembrare quasi veniale l’omicidio colposo di chi travolge e uccide un pedone senza prendersene cura. Nella fattispecie l’atto di pirateria stradale che causa la morte di un ragazzo non si rivela responsabilità di un solo, ma dell’ambiente e del tessuto familiare, già pronto a nascondere il delitto con la più superficiale delle scuse. la vendita della macchina. Come se, cancellando le prove, si potesse dare un colpo di spugna a una morte inattesa. Il tessuto di ambiguità e i falsi paraventi finiscono insomma in primo piano. Nel buio di un peccato nascosto che sa di angoscia e ingiustizia. Dove le tenebre sono la cornice del non visibile, finché la verità squarciata non lascia spazio alla luce. Agli occhi negli occhi. Alla vendetta civile. E a una giustizia che non fa cilecca.

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