La magia del cinema è emozione. Ma questa è un esito secondario. La scossa che porta al brivido è dettata dalla sensazione, un sistema di percezione grazie al quale si avverte il mutare degli stati d’animo. Commozione. Rabbia. Lacrime. Gioia. Ilarità. Tristezza. Angoscia. Paura. Tutte – e infinite altre ancora – derivano immancabilmente da una precisa modalità di “sentire”. Allora, verrebbe da chiedersi, guardare un film – sia che ci si trovi seduti in poltrona o in una sala pubblica – non è poi così riposante come in molti vorrebbero far credere. E la risposta è decisamente negativa. Due i motivi. Da un lato il coinvolgimento, appunto, emozionale. Senza il quale tutto risulterebbe terribilmente distaccato. Quasi asettico. Totalmente impersonale. Freddo. E forse perfino inutile. Dall’altro l’agitazione fisica. Ed è giusto usare un termine di movimento per uno stato in luogo, perché studi recenti hanno dimostrato scientificamente come il corpo reagisca attivamente agli stimoli prodotti da ciò che scorre sul grande schermo.

cinergie-bertetto-cinema-sensazione-1Un contributo ulteriore a queste teorie viene da Cinema e sensazione a cura di Paolo Bertetto, ordinario di Analisi del film alla Sapienza di Roma. Il libro, pubblicato da Mimesis nella collana “Cinergie” (12 euro) è una raccolta di cinque saggi sul nesso e la correlazione che lega la Settima Arte al sistema percettivo dello spettatore. Al centro dello studio sta la figura retorica della sinestesia che Bertetto affronta allargando la riflessione alle macchine sinestetiche, cioè al processo che porta a suscitare un’emozione dalla visione di una sequenza cinematografica. Protagonista di questa dinamica è naturalmente il cervello, ma alle spalle dell’intero discorso portato avanti dai vari studiosi c’è l’uomo e, in particolare, le sue reazioni nervose che, pur iniziando da una risposta puramente fisica finiscono per accendere le reazioni psicologiche e sentimentali. L’apparato sensoriale ha dunque un ruolo importante ma esso si rivela come la valvola che consente l’esplosione di ciò che comunemente viene considerata la “partecipazione” al film. Quindi, non soltanto la condivisione, ma la risposta soggettiva a ciò che si vede. Manifestazioni diverse che rappresentano il valore aggiunto della cosiddetta visione collettiva a dispetto di quella individuale nel salotto di casa propria o davanti al proprio computer.

Il corpo, insomma, reagisce. L’estetica lo pungola e lo sollecita. Il passo che porta a invadere il perimetro delle neuroscienze è ormai breve. Forse, brevissimo. Le recenti scoperte che hanno individuato nel comportamento dei neuroni specchio il tentativo fisico di riprodurre fino talvolta imitare sensazioni e movimenti dei protagonisti del film è l’anello di congiunzione tra quel ramo della filosofia attento alla valutazione delle varie forme del bello artistico e la risposta che lo stesso fisico offre davanti a una determinata sequenza. Dalla collaborazione di entrambe esce un prodotto che si chiama emozione e assume – volta a volta – una veste e un’intensità differenti. Alla stessa stregua, differenti risultano anche i giudizi e quella strana dimensione che comunemente indichiamo come immedesimazione. Se ne ricava dunque che la visione di un film è tutt’altro che un’attività rilassante e riposante anche dal punto di vista della motilità. Osservare un’opera cinematografica provoca dunque numerosi sforzi collaterali che tengono la mente e il corpo sempre sotto pressione. È la frontiera della conoscenza di un mondo che va allargandosi sempre più. E approfondisce il ruolo dello spettatore superando la soglia dell’estetica che pure risulta fondamentale nell’analisi cinematografica.