f5Cosa aggiunge la verità… Altre lacrime. Altro dolore

 

Si contavano i morti. Eredità raccapricciante della Grande Guerra, che ovunque aveva mietuto lutti e odio. Un destino iniquamente comune a ogni nazione, che lasciò strascichi inquietanti. Scie di rancore. Francia e Germania non riuscirono ad attutire una rivalità che vide un nuovo rigurgito di fuoco nel ’39. Ma la voglia di vendetta poté di più e un passaporto sbagliato o una nazionalità indesiderata accendeva una rivalsa immotivata. Quedlinburg, 1919. Davanti alla lapide di Frantz, soldato tedesco ucciso in trincea con inutile leggerezza come milioni di altri, piangevano in due. La fidanzata. L’amico. Ma sotto quella pietra e quei fiori non c’era nulla. Frantz è un disperso. Come tanti. Con il suo segreto. Quello dello sconosciuto Adrien (Pierre Niney) è un mistero scottante che uccide l’anima. Come le bombe e i proiettili seminavano altre morti al fronte. Anna ne resta stregata. Vive con la famiglia di Frantz da quando ha saputo che il promesso sposo non sarebbe mai più tornato. A suo modo, è figlia adottiva dell’apocalisse bellica. Cerca la verità. I dettagli di quell’amicizia, scomoda e impossibile, tra un soldato tedesco e un commilitone francese. L’incredibile a cui crede con spontaneità. Ingenuità. Candore. Perché l’amore vuole le sue verità. E non importa se costano care. Se hanno il prezzo salato di una follia. E la bugia diventa il conforto del povero, al quale altro non resta, se non l’illusione di accettare le parole di un estraneo.

f1Tuttavia, anche la menzogna ha un prezzo. E deriva dalla coscienza, incapace di sostenerne il peso gravoso. Adrien ammetterà le sue colpe. Ha ucciso lui il povero Frantz in un delirio di esplosioni e di morti casuali in entrambe le fila. Laddove i corpi senza vita di francesi e tedeschi erano solo morti e la nazionalità non contava. A Quedlinburg, quel soldato francese che mani ignote avrebbero voluto eliminare per soddisfare un’ira assetata di sangue finì per andarsene dopo aver “ucciso” i superstiti. La ragazza che avrebbe dovuto sposare Frantz. Ora, dopo quella bugia rettificata, era morta anche lei. Ma chi pensasse che Frantz di Franςois Ozon finisca qui si sbaglia di grosso. Il film ha almeno quattro punti che potrebbero essere interpretati come la conclusione di una narrazione invece continua e appassionante. La partenza di Adrien. Quella di Anna. Il loro ricongiungimento. La nuova separazione. E la fine vera. Quella che solo il film può rivelare, perché l’ultima fatica del regista francese merita il rispetto e la suspense che si deve ai capolavori. Eppure, come tutto ciò che appartiene a questo mondo, mostra una crepa. Un difetto. Non si tratta infatti di una sceneggiatura originale ma il rifacimento di un film del 1932 di Ernst Lubitsch, L’uomo che ho ucciso, a sua volta tratto da un adattamento teatrale di due anni prima a firma di Maurice Rostand con lo stesso titolo, ereditato da un proprio romanzo pubblicato nel 1925, pochi anni dopo quella tragedia.

f3In buona sostanza, Frantz ha una foltissima genealogia che spazia anche in altre diramazioni artistiche. Letteratura e teatro. Non è dunque farina del sacco di Ozon, benché quest’ultimo lo abbia personalizzato, facendone propri i modi in cui le varie tematiche vengono trattate. In questa prospettiva l’attenzione specifica per la Germania e la sua cultura è presente anche in una sua opera di sedici anni fa, Gocce d’acqua su pietre roventi. Il motivo del lutto era già emerso Sotto la sabbia, anch’esso del 2000. L’educazione sentimentale di una donna si ritrova in Giovane e bella del 2013 e il piacere ambiguo di raccontare storie era stato l’asse portante del precedente Nella casa del 2012. Si potrebbe continuare perché i debiti in realtà proseguono, dentro e fuori dalla filmografia di Ozon. Il tema di una rappacificazione post bellica, seppur con mutati protagonisti, è il motivo di fondo anche in Vincitori e vinti (1961) di Stanley Kramer, dove stavolta i popoli in mancato riavvicinamento sono tedeschi e americani e il conflitto in questione è la seconda guerra mondiale. Ma anche qui, come in Frantz, l’obbligo di dimenticare e superare i drammi rinunciando persino a scottanti verità era il fulcro di un’indimenticabile pellicola. Si ricordi in proposito il dialogo tra la vedova (Marlene Dietrich) e il giudice (Spencer Tracy). Guardacaso, lei tedesca e lui americano. Infine, lo spunto dei lati oscuri dei personaggi non è nuovo per Ozon che lo aveva sapientemente trattato anche nell’eccellente Otto donne e un mistero nel 2002.

le-suicideAl centro del film, presentato a Venezia dove è stato accolto da pareri discordanti, sta comunque la menzogna. O la verità, cioè il suo contrario, in questo caso speculari l’una all’altra. Ozon è sempre stato attratto dal fascino cinematografico della bugia e in questa occasione trova il modo migliore per darle contorni precisi. Demonizzata dallo stesso Adrien che soccombe al suo segreto svenendo mentre suona il violino davanti ai familiari di Frantz. Temuta da Anna che va a confessare al sacerdote la propria complicità con quello sconosciuto, tacendone le ammissioni alla famiglia del fidanzato.Chiedendo quanto è sana la vendetta e quanto duole l’offesa. Cercando di disegnare i contorni di un dramma. Poeticamente struggente è la sequenza in cui legge una lettera di Adrien, da un foglio in realtà completamente bianco, per non dare ai due anziani un dolore insopportabile. Non a caso sarà il prete ad ammonirla di come non sempre sia peccato aggirare la realtà. Una rivelazione talvolta può aggiungere solo lacrime e dolore. E la presa d’atto di una confessione inattesa crea il presupposto di una perdita perpetua dell’amicizia fra Adrien e Anna. La donna lo insegue. Lo trova. E s’imbatte in una nuova situazione. La scanzonata pace fittizia della famiglia di quel soldato che, pur restando vivo, è simbolicamente morto in trincea dopo quel colpo sparato a un giovane come lui. Non è fortuita coincidenza nemmeno che nel film ricorra un dipinto, “Le suicide” di Edouard Manet, dai multipli significati. Una pallottola uccide Frantz, ma quello stesso proiettile semina altre morti a distanza. Adrien, incapace di lasciarsi alle spalle quell’episodio. Incapace di ammetterlo. Incapace di continuare a nasconderlo, svelandolo. In definitiva, uno stato d’animo simboleggiato dallo stesso quadro.

f2L’atmosfera struggente di voler raccontare il retroterra della menzogna accende l’illusione e il ricordo. E Frantz utilizza registri diversi per distinguerli virando continuamente dal bianco e nero al colore ogni volta che, dallo squallore di una quotidianità ferita a morte, si passi alla poesia del rimembrare. Al sapore del sogno. Alle tinte forti della gioia che lasciano i chiaroscuri al dolore. I passaggi sono a volte netti, altre volte sfumati e nemmeno questo dettaglio è casuale. Drastica la cesura che apre i racconti rievocativi. “Non abbiate paura di renderci felici” è uno dei leitmotiv che attraversano l’intera narrazione. Progressivo è invece l’approccio dal bicromatismo al colore per sottolineare la costruzione di una realtà idealizzata. Lontana. Forse perfino irraggiungibile. E semplicemente agognata. Come in una tavolozza in cui il rappresentato prenda forma e vita attraverso le tinte. Perché Frantz vive soprattutto nelle immagini, meravigliose a prescindere da qualsiasi registro appartengano. I dialoghi sono semplici e il duplice uso della lingua – francese e tedesco, cui si sostituisce l’italiano nella versione tradotta – completa un mosaico formale che raggiunge un perfezionismo e una cura di rara intensità, dove tuttavia sono le sequenze e la recitazione a rivestire il ruolo più importante. Lo dimostra la tedesca Paula Beer, scelta per interpretare una sua connazionale, che ha vinto il premio per la miglior recitazione femminile e il francese Pierre Niney, nei cast della Comédie franςaise. E non è un caso neppure se agli attori vengono assegnati ruoli coerenti con la loro nazionalità. Come negli altri modelli cinematografici. Lontani nel tempo, ma vicini nella memoria.

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