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Tagliare le parole significa cancellarmi anni di vita. Quelli che ho impiegato a scriverle.

 

 

 

Lacrime e sospiri. Tra fumo e malto. Speranze e offese. L’America anni Venti sogna e muore. Soffre e ride. Piange con la gioia di chi forse un giorno… C’era una volta un giovane che amava la penna. Scriveva fiumi di pensieri. Cercava le parole. La sua vita era quella. Cercare le parole. Generalmente ne trovava più di quante ne avesse bisogno. E tonnellate di carta finivano nel cassetto. Ma a nessun editore sembrava interessasse quel mare di riflessioni e sogni. Finché un giorno quei fogli finirono sulla scrivania di Maxwell Perkins, il pigmalione dei talenti letterari. Li avevi portati una donna. Di soppiatto. L’ultima spiaggia, o qualcosa che le assomigliasse. Ma a Perkins quei fiumi d’inchiostro piacquero eccome. E Thomas Wolfe ebbe la sua opportunità per diventare grande. E poi un grande.

gen2Genius di Michael Grandage è la storia di un legame. Tra Perkins appunto e Wolfe, il giovane. Quello che fu convocato negli uffici della casa editrice e vi andò, convinto di sentirsi rivolgere i soliti stereotipi di rifiuto, ma ci andò perché voleva stringere la mano all’uomo che lanciò Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway. L’editor che diede voce e fama al Grande Gatsby e ad Addio alle armi. Ma si ritrovò davanti un biglietto da cinquecento dollari. L’acconto per la pubblicazione di quel romanzo che fu Angelo, guarda il passato. L’autore rifiutato da tutti aveva finalmente un pubblico e una persona che credeva in lui. Scalò le vette della celebrità. Con il fiume e il tempo raggiunse l’empireo. Poi morì all’improvviso. Ucciso da una malattia  – la tubercolosi cerebrale – che la medicina dell’epoca non seppe capire come lo attaccò. Si disse che gli fu portata da un agente patogeno, assorbito da una birra, bevuta dallo stesso bicchiere di un barbone, durante un viaggio da vagabondo. Perché Tom aveva lo spirito del maledetto. E forse lo era davvero. Per questo piacque alla beat generation. A Kerouac e al treno dei disperati che vennero con lui.

gen3Per lungo – forse troppo tempo – dimenticato, oggi a Wolfe il cinema rende omaggio con un film che porta in primo piano quel rapporto con Perkins, sulla scia di altri titoli che da qualche anno raccontano le amicizie di penne, attori e pittori. Life (2015) di Anton Corbjin, ad esempio, sull’amicizia fra James Dean e il fotografo di quella rivista, Dennis Stock. O Midnight in Paris (2011) dove compare lo stesso Scottie e Big eyes (2014) di Tim Burton sulla controversa relazione di Margaret Keane con il marito che ne sfruttò fama e tavolozza. Genius nasce sulle pagine della biografia particolareggiata scritta da Andrew Berg sull’editore di New York. Nulla di fantasioso, dunque, ma tutto storicamente accreditato. Con un interrogativo di fondo che si sforza di stabilire chi fosse davvero il genio fra Wolfe (Jude Law) e Perkins (Colin Firth). Se ne conclude ciò che campeggia in testa al manifesto del film. Ovvero, che solo un genio può trovarne un altro.

In realtà, il quesito appare riduttivo e forse anche banale. Il pregio dell’opera sta nell’aver ricostruito le tensioni psicologiche e culturali del microcosmo che avvolgeva il contesto di Wolfe e Perkins, due caratteri agli antipodi, esuberante l’uno e riflessivo l’altro. Dandie disordinato e godereccio l’uno quanto elegante e raffinato capofamiglia l’altro. Entrambi uniti a donne diversissime. Aline (Nicole Kidman), costumista di fama assoluta l’uno, un’autrice di teatro (Laura Linney) l’altro. Entrambe in difficoltà. Gelosa e disperata la prima, saggia ed equilibrata la seconda. “Tom s’innamora, poi se ne va. E si sente un vuoto incolmabile. Accadrà anche a te, Max. Lui ama solo la scrittura“. Aline vede in Perkins il nemico che le porta via il cuore, ma la verità è forse l’instabilità di Wolfe. Vivere la cultura significa un po’ morirne. Ed è quello che accade allo scrittore e a quel mondo chiuso in un ufficio dai vetri battuti dalla pioggia, dove l’editor consuma i suoi giorni a caccia di nuovi talenti.

gen4Genius è un sogno proiettato nel passato, si nutre di emozioni e vive di speranze. Fino alle lacrime. Michael Grandage, regista teatrale di fama riconosciuta, esordisce con bravura in un ambito cinematografico per lui nuovo. Non è un caso se il cast annovera grandi nomi con un denominatore comune. L’esperienza sul palcoscenico. Seppur di tre nazionalità diverse – americana, britannica e australiana – i tre protagonisti maggiori hanno questa radice unitaria. Jude Law è presenza abituale a Broadway. Colin Firth oscilla con successo tra cinema e teatro. Nicole Kidman, pur avendo legato il suo nome al grande schermo, ha avuto un lusinghiero passato dietro il sipario. Ultima annotazione – per chi vedrà il film in versione originale – è la pronuncia, generalmente uniformata verso un inglese privo di inflessioni locali, eccetto per la parola book, fortemente americana. Come quella temperie socioculturale nella quale viviamo per due ore – di sogno e nostalgia – della nostra vita.

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