imgresNon ritorno per ripercorrere i miei passi…

 

La magia del ritorno ha lo stesso veleno del nulla. Uccide a poco a poco. Con la stessa lentezza di chi si ritrova faccia a faccia con le proprie sconfitte. Quelle di ieri, con il loro odore penetrante e nauseabondo dell’argento sporcato. E quelle di oggi, dietro ai sorrisi di circostanza che nascondono lacrime. La morte di chi è ancora in vita è lo spartiacque dell’inconoscibile. Il vuoto di mille bicchieri pieni solo a metà. È solo la fine del mondo (Just la fin du monde) di Xavier Dolan, presentato con successo a Cannes, è la storia di Louis (Gaspard Ulliel), uno scrittore ormai condannato, che torna nella sua casa d’origine dopo dodici anni di lontananza, per rivelare alla propria famiglia la sua fine ormai prossima. Al di là dei propositi, tuttavia, non riuscirà nell’intento e l’addio resterà strozzato in gola.

SOLO1Reduce da una consacrazione artistica che, a dispetto della sua giovane età, lo ha portato a far apprezzare le sue opere anche al di fuori dei confini canadesi, Dolan – nato nel marzo 1989 – esibisce, anche in questo film, un perfezionismo che attraversa tutti i versanti. Tecnico. Narrativo. Registico. Perfino nella scelta degli attori. Vincent Cassel nei panni di Antoine e Lea Seydoux in quelli di Suzanne – fratello e sorella del protagonista – si aggiungono alla madre, Nathalie Baye e alla cognata Marion Cotillard per formare un cast privo dell’ambizione di mettere in vetrina stelle e stelline nell’intento, piuttosto, di affidare a professionalità di sicuro talento le sorti di una pellicola altrimenti destinata al fallimento. È solo la fine del mondo è tratto da un testo teatrale di Jean-Luc Lagarce, morto di Aids nel 1995 a soli 38 anni. L’adattamento di Dolan tradisce in modo evidente le origini di uno scritto pensato per il palcoscenico, ma non lo fa sentire schiavo di quest’ultimo. La fotografia – ritrattistica per lo più – conferisce un valore aggiunto che in teatro andrebbe perduto, ma su questi presupposti è facile intuire come una squadra attoriale discutibile avrebbe menomato il film forse irreparabilmente.

imagesL’accusa, infondata e ingiusta, di alcuni recensori è rivolta al soffocamento claustrofobico percepito dallo spettatore in una rappresentazione ambientata quasi del tutto in interni a sottolineare invece, in questo caso, il collegamento diretto fra teatro e cinema. L’unità di luogo della cornice casalinga mette in evidenza le origini alle quali torna Louis. Qui ritrova la madre – sola da quando fu abbandonata dal marito – con i due fratelli. Allo stesso tempo è un tuffo nel passato, nel ventre di una gioventù perduta che si pone in una drammatica relazione contemporanea con un presente fatto di angoscia, dettata dall’imminente fine. Louis deve parlarne per giustificare il suo ritorno a casa dopo anni di lontananza, ma le suggestioni e la paura glielo impediscono. È ancora giovane e in questo si riconosce, seppur pallidamente, la fisionomia dello stesso Lagarce, ombra scintillante nel chiaroscuro di sequenze che sono il contrappunto esteriore ed estetico degli stati d’animo dei personaggi. Perfino in quel viaggio onirico nel proprio ieri, compiuto dallo stesso Louis fra i tentacoli della cocaina e della propria omosessualità.

SOLO2È proprio questo binomio, spesso inscindibile nelle pagine cinematografiche di Dolan, a prestare il fianco alle critiche. La corrispondenza lascia il tempo che trova. L’una è tutt’altro che rigorosamente compagna dell’altra, eppure il regista sembra non accorgersene e condannarle a braccetto come se non potessero essere due realtà lontane, non necessariamente in ordinata disarmonia come egli le fa apparire. Né l’una né l’altra sono nulla più che un dettaglio, talvolta addirittura superfluo. Il tema di È solo la fine del mondo è la sconfitta, non certo le inclinazioni sessuali o i vizi. Louis è un perdente perché non riesce a compiere la sua missione. Non è capace di spiegare ai suoi familiari il vero motivo del suo rientro. Finge di voler soltanto assaporare il clima casalingo, ma non riesce a comunicare la verità forse perché egli stesso è il primo a non accettarla. Altrettanto sconfitti sono i suoi congiunti, incapaci di vedere al di là delle apparenze. Superficiali nelle critiche di Antoine che accusa il fratello di essere tornato quasi soltanto per una casuale curiosità. O nel materno senso di ricongiunzione di una donna che riabbraccia una sorta di figliuol prodigo, senza volerne scandagliare il lato più recondito. È una resa ormai manifesta e totalizzante che non esclude alcuno. E la morte, che aleggia a mezz’aria, è rappresentata allegoricamente dallo scorrere del tempo confuso di un cucu che improvvisamente sembra prendere vita solo per morire. Laddove un uccellino, libero di volare, si accascia al suolo privo di vita e la porta di casa si chiude alle spalle di Louis. Ultimo sprazzo di un’esistenza che si conclude sull’uscio di una verità sconfitta.

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