CIT5Andarsene non è smettere di esserci.

 

Lui, Daniel Mantovani, se ne era andato. Aveva abbandonato Salas, sperduto paesino natio nelle pampas, lasciando un fidanzata inconsolabile. Una famiglia che mai più ha visitato, nemmeno alla morte del padre. Amici e compagni di merende. Poi aveva vinto il Nobel ed era diventato famoso. Uno di quegli sconosciuti che, all’improvviso, il mondo riconosce come intelligenze ineguagliabili. Ed erano piovuti inviti. Dalla sagra della ciliegia all’incontro con i premier. Il concerto delle sviolinate inizia sempre puntualissimo. E lui, Mantovani, aveva rifiutato quella mondanità inattesa. Salvo accettare un solo invito. Quello del sindaco di Salas. Nemo propheta in patria, scrivevano i latini e il detto è confermato. Lo attendono al varco contadini dalle scarpe grosse e dai cervelli tutt’altro che fini e lo scrittore si trova addirittura a diventare il bersaglio in una battuta di caccia. È metafora. E sia. Ma, per chi avesse dubbi o perplessità, il plauso dei compaesani è veleno mortale.

CIT3Eppure Mantovani aveva vinto un Nobel. Quello che non andò a Benedetto Croce, ma a Dario Fo. Il genio – vero – soccombe e il pagliaccio trionfa. Quello che continua a non andare a Philip Roth, mentre fa bella mostra di sé nell’abitazione dell'”indimenticabile” Svetlana Aleksievic, ora finalmente allo stesso livello di sconosciuti come Pasternak, Solzenicyn e Brodskij. E non andò nemmeno a Marcel Proust o a Marguerite Yourcenar, ma fregia il curriculum del nizzardo Jean-Marie Gustave Le Clezio, francese molto incline all’Islam. Oggi, come ieri, scomparso da tutti i radar non solo letterari. E l’elenco delle dimenticanze potrebbe continuare. Nessun premio a Joyce. Tolstoj. Scott Fitzgerald. Ibsen. Celine. E neppure Virginia Woolf. A vantaggio invece dell’austriaca Elfriede Jelinek, del cinese Gao Xingjian, della tedesca Nelly Sachs o del greco Giorgios Seferis. La beffa profuma addirittura di letame, se si pensa che l’argentino Jorge Luis Borges restò a mani vuote e Daniel Mantovani fu premiato. Ma questa è un’altra storia. Per la semplice ragione che Daniel Mantovani non esiste. È un personaggio di fantasia. E non è mai stato laureato dagli immortali accademici di Svezia.

CIT1E allora… Allora la verità è che l’Italia del Sudamerica non ha mai digerito quell’esclusione. L’ha interpretata come un torto e forse un affronto. E ora da Buenos Aires arriva Il cittadino illustre di Mariano Cohn e Gastòn Duprat per colmare quella lacuna con una provocazione. L’idea è ottima. La riuscita è buona. L’azzardo è condivisibile. E ben venga la satira di un’opera che si stacca da tanti luoghi comuni. Resta l’interrogativo senza risposta di che cosa sarebbe uscito dalle mani di un maestro del grottesco come Woody Allen, alle prese con questo soggetto. Ma la storia – anche quella del cinema – non si fa con i se. Dunque onore a Cohn e Duprat che ora si ritagliano il loro frammento di celebrità alle spalle di uno sconosciuto. Il protagonista del film è uno scrittore in crisi creativa che vince il Nobel davanti allo stupore mondiale e racconta in un libro il suo ritorno al paese natale di Salas da autore acclamato. Tra le sue radici non trova però il tributo che probabilmente attendeva, ma – come anticipato – lo sberleffo e una critica aggressiva e implacabile. Al punto che il bersaglio Mantovani viene rappresentato nelle scene come l’oggetto della caccia dei familiari di colei che fu l’amore della sua gioventù. Una sorta di allegoria che rappresenta e sintetizza le sensazioni del paese davanti a quel suo figlio divenuto celebre.

CIT6Finzione. Come quello scrittore inventato, nei panni di una lepre, e quel libro che racconta una trama fittizia. Finzione come lo stesso Mantovani. E realtà. Come la struttura del film, costruito secondo i capitoli di un libro virtuale. Mai scritto. Mai nato. E mai esistito. Come i torti che subisce. Come la provocazione e l’azzardo di laureare un parvenu e ignorare un “monumento”. E come appunto quello scrittore vero, Borges, che il Nobel non lo prese mai. Finzione e realtà che il poeta di Buenos Aires ha a lungo toccato nel corso della sua opera e restano il tema di fondo. L’interrogativo del Cittadino illustre che, dall’alto dell’alloro della pergamena svedese, spiega che “la realtà non esiste. La verità, o quella che chiamiamo verità, è solo l’interpretazione dominante perché non ci sono fatti ma interpretazioni“. Tutto diventa dunque opinabile. Discutibile. Castello di carte sulla sabbia. Aleatorio come tante esistenze. Non come la gratificazione di essere o sentirsi il centro dell’universo. “Matita, carta e vanità. Senza questo non si può scrivere” risponde il finto Nobel a una domanda. Ma forse stavolta non c’è finzione. L’egocentrismo è connesso all’ambizione di lasciare le proprie parole in eredità al mondo. Anche per finta.

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