mo1Quel monte è solo morte

 

La caparbietà è un piccolo Giano a due facce. Un volto mostra il pregio di essere testardi, l’altro ne sottolinea il difetto. Ottusità manifesta. Grettezza di una mente arida. Refrattaria alla sfida. Chiusa come una valle cieca in fondo a una montagna che interrompe vista. Luce. Pensiero. La fine di un tutto che si ostina a resistere contro se stesso e a scontrarsi contro la pietra. Roccia di una disperazione non scalfibile finché il martello instancabile del folle apre un varco al sole. Alla vita. Alla speranza che domani i sassi possano trasformarsi in erba. Quindi in pane. Monte del regista iraniano Amir Naderi è stato girato tra Alto Adige, nel gruppo del Latemar, e Friuli con interpreti italiani (Andrea Sartoretti e Claudia Potenza, già vista in Era d’estate di Fiorella Infascelli Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek) ma ha l’insostenibile leggerezza persiana. Agostino è un bracciante che ha perso un figlio nella sua lotta per la sopravvivenza in una zona impervia, ai piedi di una roccia mai illuminata dai raggi del giorno. Tutt’intorno a lui i suoi compagni si arrendono a una sconfitta che seminerebbe altre morti. Altro dolore. Altra sofferenza. Resta dunque solo con la moglie Nina e il figlio Giovanni in un’ostinata resistenza contro l’impossibile. Un destino ineluttabile che nulla sembra poter modificare. Fino alla follia del disgraziato che, piuttosto di andarsene, attacca la montagna per aprire un orizzonte.

mo3La metafora riesce e il buio crinale che aveva ucciso chiunque avesse tentato di sopravvivere deve arrendersi alla luce. La morte per una volta cede il passo alla vita. L’orizzonte e il futuro si fanno più rosei nella fiducia che l’impegno umano può abbattere perfino le barriere stabilite dalla natura. Un paradosso, come tale assolutamente irrealizzabile, che tuttavia si presta a sottolineare come la pervicacia talvolta premi la costanza. Monte è un film sull’ostinazione cieca che talvolta può rivelarsi un segreto nella riuscita dei propri intenti. Il tema, da ricercarsi accuratamente nel chiaroscuro di fotogrammi di altissima qualità rappresentativa e iconografica, è l’unico spunto che rende plausibile la scelta di questa vicenda da parte del regista. A fronte di quadri di altissimo valore artistico che raffigurano scorci suggestivi e ritratti affascinanti resta il dubbio di comprendere chi sia il destinatario di un film certamente di nicchia e riservato ai cinefili più accaniti. La durata non ha pietà del pubblico  si sfiorano le due ore che rappresentano il range medio, a livello cinematografico. Nel caso di Monte la durata umana si fa sfida. Recita a tre  con scarsi dialoghi, l’opera è una sfida essa stessa. Come il pareggio di un budget tutt’altro che facile da raggiungere al botteghino per un film destinato a un publico sceltissimo di appassionati. Girato quasi interamente in esterni in condizioni estreme dal punto di vista ambientale e meteorologico, Monte appare più adatto alle sale d’essai e ai cineforum o alle rassegne a tema che non ai cinema cittadini.

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