p2Le cadenze dell’alienazione scongiurata. Tempi congiunti e ritmi avvolgenti. Paradigmi di un sempre che si perpetua nei giorni. Timidamente uguale. Spudoratamente autoreferenziale. Citazione di se stesso reiterata e ripetuta. Gocce d’acqua che cadono con lo stesso rumore sordo. Negli orari rispettati e cristallizzati di un copione con identici attori e una scenografia che non muta. Un tempo che sembra arrestarsi e fissare nella propria assurda immobilità una collana di giorni fotocopiati. Stereotipati. Stessi colori. Rumori. Atteggiamenti. Paterson di Jim Jarmusch (Dead men, Daunbailò e Coffee and cigarettes per citare i suoi titoli più noti) potrebbe essere immaginato come un film noioso e, appunto, ripetitivo alla stregua dei personaggi e delle vicende coinvolte. Lo stupore sarà quello di scoprire il contrario, forse grazie anche all’intuizione del regista di dividerlo in sette capitoli, tanti quanti sono i giorni della settimana. E allora sembrerà sorprendente accorgersi di quanto si può dire della routine. Quanto ancora sappia raccontare di sé e della vita proprio quell’abitudine che sembrerebbe ucciderne la vitalità.

p3Paterson è il cognome del protagonista (Adam Driver già incontrato in Lincoln di Steven Spielberg e Hungry hearts di Saverio Costanzo) e della cittadina dove egli vive con la moglie Laura (l’iraniana Golshifteh Farahani apprezzata in Come pietra pazientePollo alle prugne) e un cagnolino. La loro esistenza vita è scandita da consuetudini consolidate e mai infrante. Tuttavia, se i giorni di lui sono lacrime che scendono immutabili, quelli di lei appaiono rivitalizzati e vivaci nella medesima cornice dell’abitazione della coppia. Ritmi che delineano le diversissime personalità e gli opposti caratteri di due persone che si amano reciprocamente di intenso amore. Contemplativo ma ossessionato dall’assedio dei suoi pensieri, Paterson è un conducente di autobus e aspirante poeta che esce ridimensionato dai suoi versi, squinternati da un metrica inesistente e tramortiti da una futilità che sfiora nella caricatura del nonsense e del paradosso. Una sorta di provocazione abbozzata che sembra deridere una poesia più suggestiva nelle immagini che non negli scritti. La dimensione riflessiva e immaginativa del personaggio maschile si scontra con l’esuberante creatività della donna, impenitente casalinga, restia e poco avvezza a uscire di casa, ma – a dispetto di ciò – vivacissima nell’abbellire i locali con nuovi accessori disegnati e confezionati con le proprie mani. La differenza non è irrilevante, i coniugi appaiono come i volti di due profili opposti. Non per nulla Laura resta in casa la sera mentre Paterson, con la scusa di portare a spasso il cane, non disdegna una capatina al pub.

p1Sempre le stesse facce anche lì e, d’improvviso, tutto sembra precipitare verso l’abisso di una calma piatta che fa tristemente rima con elettrocardiogrammi altrettanto piatti. Ed encefalogrammi ugualmente privi di sussulti. Così è il cane a metterci lo zampino. Gli elogi e la stima di Laura per le composizioni del maritino, nate fra una fermata e l’altra vengono sbranate e fatte a pezzi dal piccolo Marvin. Poesie da buttare che non appaiono più dignitose di quelle di una ragazzina incontrata per caso. O figure che si affacciano fra i dialoghi. Come l’anarchico Gaetano Bresci che uccise il re d’Italia Umberto I e la conseguente polemica sulla pena di morte. Nulla appare inutile in questo film di Jarmusch. Nessun dettaglio. Nessuna sfumatura. Nemmeno quella del giapponese che incontra il protagonista in una pausa riflessiva e gli regala un quadernetto di appunti per rimpiazzare quello sbranato da Fido. L’incoraggiamento che non ti aspetti. dante che sorprende nel bel mezzo di una vita in carta copiativa. Eppure è questo sguardo particolare sul mondo a dare spessore a un film che è un regalo alla fine dell’anno. Perché cinema non è solo cartoon – per quanto suggestivi – o cinepanettoni. Lo stupore offre un brivido sacro e il regista americano lo serve al pubblico servendosi di ciò che apparentemente sembra più lontano, antitetico e inconciliabile. La routine di giorni cadenzati e immobili. Anche attraverso di essa si possono scorgere particolarità insospettabili. E in fondo è un incoraggiamento a chi vede solo nero nel tran tran di vite senza sussulti. È necessario saper guardare più che, semplicemente, guardare. Insomma. Basta. Vedere.

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