lion3Perdersi. La propria casa come l’incubo più buio. Unica traccia, una ciminiera. Il resto, tutto il resto, affollato nella mente di un bambino di cinque anni si dissolve nel nulla. L’India è paese di morte perché smarrirsi è un po’ come morire. In fin dei conti è scomparsa. Aree concettuali vicine. Risultati talvolta identici. Saroo sbagliò anche a pronunciare il proprio nome, ma non dimenticò il volto del fratello maggiore Guddu. La madre. E la sorella. Non ritrovò più la strada di casa in una notte buia quando si alzò per accompagnare Guddu a sollevare balle di paglia per una manciata di qualcosa. Poche ore dopo aver rubato due sacchetti di carbone a un treno in corsa e averli barattati per due piccoli recipienti di latte. In India si può essere ricchissimi, ma anche talmente poveri da non avere nemmeno un nome. O averne uno qualsiasi. Saroo non sapeva di chiamarsi Sheru e per ritrovare la strada di casa, il volto della madre e se stesso dovette andare in Australia. Sbarcare su un altro continente. Vivere con persone sconosciute. Adottare un fratello per via. E sentirsi un rifiuto. Perché quell’India che lo aveva generato, all’improvviso lo aveva vomitato fuori da sé. Ignorando lei stessa dove fosse il villaggio da cui il piccolo sosteneva di provenire. Ganesh Tilai – soprattutto se scritto in modo errato, Ganestilay – non esiste sulle mappe. Tranne una. E in India non c’è.

lion1Questa è una storia vera e a raccontarla è Garth Davis, regista di Lion, la vera avventura di Saroo. Chiamiamolo così, consapevoli di sbagliare, perché la disgrazia e la celebrità hanno ormai consacrato Saroo anche se questo nome non corrisponde a nessuno. Saroo oggi ha 35 anni e continua a vivere dove il destino lo condusse molti anni addietro. Hobart, capitale della Tasmania. L’isola dal clima inclemente e dai diavoli famelici. Non creature fantastiche ma marsupiali aggressivi e carnivori. Neri come la pece. Lo adottò una famiglia di laggiù e quando vi sbarcò trovò ad attenderlo un orsacchiotto di peluche. Un papà e una mamma che hanno le fattezze di David Wenham (Australia e Moulin rouge di Baz Luhrmann, ma anche il Faramir del Signore degli anelli) e Nicole Kidman, da bravi australiani doc, in coppia già per il conterraneo Luhrmann. Crescendo, ebbe le opportunità che il suo Paese gli avrebbe negato, ma che egli non dimenticò. Tra queste i computer e, nella fattispecie, Google earth che – in questa occasione – potrebbe essere ribattezzato Google heart. Suoni uguali, significati opposti. Bisticcio di lettere. Bizzarro anagramma. Unica traccia della memoria, una ciminiera. Sovrastava la stazione in cui si perse. Dopo un viaggio casuale e solitario. Verso est. Da Madras a Calcutta. Dalla lingua hindi al bengalese. Mondi diversi a un migliaio di chilometri di distanza.

lionTrovare una ciminiera in India su un pc è impresa impossibile. Saroo adulto (Dev Patel, noto protagonista di The milionaire di Danny Boyle, la serie di Marigold hotel e L’uomo che vide l’infinito) è stato un infaticabile ricercatore e, proprio quando sembrò lasciarsi sopraffare dallo sconforto, ritrovò la bussola. Quella strana torre si mostrò piccola piccola. Timida, quasi. Alle sue spalle rivelò i corridoi bui e i marciapiedi in cui il bimbo Saroo si addormentò su un cartone offerto da un coteaneo. Senza casa anche lui, ma a differenza di Saroo, accalappiato all’improvviso. La corsa a ritroso verso casa divenne possibile. E un giorno divenne possibile anche prendere un aereo e raggiungere la capanna da cui si era allontanato 25 anni prima. Ritrovare la madre e la sorella. Guddu morì di lì a poco dalla scomparsa del fratellino. Schiacciato da un treno vicino a un binario dove correva una vecchia locomotiva e la sua speranza di raccattare qualcosa che si trasformasse in cibo. Nel 2010, dopo l’abbraccio con ciò che restava della sua famiglia, il vero Saroo è tornato in Tasmania dove oggi vive. Nel 2012 ha scritto un libro sulla sua storia, A long way home, da cui il film si è ispirato, uscito due anni più tardi. Saroo si è poi recato una seconda volta in India e oggi sogna di poter guadagnare abbastanza per acquistare una casa alla madre, in modo che non debba più sottoporsi ai lavori più duri per pagare l’affitto di una modesta abitazione.

saroo veroIl film è una classica storia di buon cuore e forti sentimenti che a Natale trova il suo contesto più appropriato. Interessante lo spunto di riflessione che emerge tra le pieghe del film. Il lato più nascosto dell’adozione. “Sono il figlio che avreste voluto se aveste potuto averne”. Ma Saroo viene corretto. Riceverne uno in affido non è stato un ripiego all’impossibilità dettata da una natura deficitaria, ma la decisione di non voler mettere al mondo creature di fronte all’abbondanza di bambini sfortunati che nessuno vuole o può tenere. Si prendono dunque le distanze dall’opinione comune che trova nell’affido il rimedio alle carenze del destino. Piuttosto è la scelta di dare un’opportunità a chi non l’ha avuta dalla sorte, mettendo in confronto stridente la ricchezza e il tenore di vita progredito rispetto alla miseria di una nazione che mostra essa stessa, al suo interno, fortissime contraddizioni. Il film racconta anche questi risvolti opposti e incompatibili con il dono di una fotografia di grande suggestione perché la povertà è fotogenica. Un concetto che torna a sviluppare colori e sensazioni diverse rispetto alla società evoluta e ricca. Unico neo la caduta di prolissità nel raccontare con troppi dettagli ed eccessiva lunghezza la fase delle ricerche su internet prima di giungere al sospirato ritrovamento della strada di casa.

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