flo4La gente potrà anche dire che non so cantare, ma nessuno potrà dire che non ho cantato

 

 

Florence Foster Jenkins fu una cantante di scarsissimo talento che, grazie all’eredità di un padre mai giustamente convinto delle sue doti canore, si reinventò mecenate. E proprio in virtù delle risorse di quel genitore favorì la nascita di centri musicali e artistici come il Verdi. Non solo, omaggiò anche se stessa. E non esitò a “comprarsi” qualche recita d’eccezione per soddisfare il suo egocentrismo. O forse la sua ambizione – immotivata e senza confini – che non le impedì di paragonarsi alle stelle più fulgide della lirica degli anni Venti. Nata nel 1868, Florence morì per i postumi della sifilide, contratta per colpa di un marito fin troppo libertino – Frank Thornton Jenkins – dal quale divorziò nel 1902. La sua ingente ricchezza e la buona volontà, accompagnata da una passione inestinguibile e perfino da un’assente autocritica, le permisero di esibirsi su illustri palcoscenici e contrastare la derisione dei melomani e del pubblico più popolare, attribuendo le loro risa di scherno alla volontà denigratoria istigata dalle sue colleghe invidiose. Mai fraintendimento fu più evidente, perché l’ugola d’acciaio di Florence Jenkins non poteva minimamente essere motivo di invidia da parte di alcuno. Finì che ad anni 76 la donna morì per lo stadio più avanzato della malattia, proprio all’indomani di una recita alla Carnegie Hall di New York. Non è mai stato chiarito se le stroncature critiche dopo quell’ultima esibizione abbiano accelerato il processo degenerativo di una patologia che non perdona oppure se si trattò di una triste concomitanza.

flo1Resta il fatto che a una storia per tanti versi così struggente, il cinema non poteva restare insensibile. L’ultimo a subirne il fascino è stato Stephen Frears, firma celebre e autorevole di film importantissimi come My beautiful laundrette (1985), Le relazioni pericolose (1988), Eroe per caso (1992), The queen (2006), The program (2015) e altri ancora che meriterebbero una citazione. Il regista britannico ha così realizzato Florence, affidando la parte principale a Meryl Streep, vincitrice di tre Oscar come miglior attrice non protagonista per Kramer contro Kramer (1979) e come miglior attrice protagonista per La scelta di Sophie (1982) e The iron lady (2012), oltre a decine di altre interpretazioni di primissimo piano e livello. Da questa coppia di assi – ai quali va aggiunto Hugh Grant impietosamente invecchiato dai truccatori – non ci si aspetta un flop e questa equazione ha frenato moltissimi spettatori e altrettanti critici dal dire la verità. E cioè che Florence è un film debolissimo con molte pecche e pochissimi pregi. Al di là del coro di elogi sperticati del pubblico e di addetti ai lavori fin troppo riverenti verso il duo Frears-Streep, stavolta a stonare – orgogliosamente – è chi sarà capace di riconoscere che anche un fuoriclasse può cadere. Quest’ultima opera impartisce infatti due ore di pessimo canto a chi ascolta, violentandone a più riprese timpani e orecchie in modo totalmente inutile perché non servono due ore di scadentissime esibizioni per spiegare che la protagonista non è abile nell’arte della lirica. Ma questo, forse, sarebbe il difetto più veniale.

flo2Florence colleziona personaggi irritanti nella loro assoluta stupidità. Frivolo, stolto e perfino stomacante il manager dell’artista che nel film è il compagno ambiguo e doppiogiochista degli affetti della cantante. Una figura irritante per la disinvoltura con cui salta da un letto all’altro con la faccia dell’angioletto stipendiato. Il ruolo, assegnato a Hugh Grant, fa il paio con quello effettivamente ricoperto dall’attore, tempo addietro stella incontrastata del gossip e della prostituzione più che della recitazione. Altrettanto stomacante il pianista Mc Moon, odioso fin dal momento dell’audizione, che mai riesce a riscattarsi per tutto il film, ricoprendo la parte del modesto opportunista con la faccia e il ghigno da idiota e sufficienti virtù pianistiche che appaiono molto più elevate perché accoppiate a un’artista totalmente incapace come il soprano che egli accompagna. Sterili le figure della partner del manager e irritante la femme fatale che nel bel mezzo del concerto invita i militari ad applaudire la concertista “perché ci mette il cuore”. Un buonismo all’americana stucchevole come la platea dei soldati ai quali la mecenate offre di tasca propria un posto a teatro per riconoscenza ai loro sacrifici e virtù militari.

flo3In questo marasma viene risucchiata anche Meryl Streep, lontanissima dalle sue prove migliori, priva di rilievo e ricca di superficiale imbecillità – non certo per colpa sua, ma per decisione del copione – che tuttavia non riesce a dare spessore al proprio personaggio. La recitazione è fredda e non riesce a sollecitare né trasmettere emozioni nemmeno nel momento della morte di Florence. Si resta insensibili. Imperturbabili. Quasi grati che quei gorgheggi da gallina finalmente finiscano. Un peccato perché Florence meritava un trattamento diverso. Pur nell’insufficienza delle sua abilità canore ha fatto del bene alla scena musicale americana. Per questa sua totale frigidità, oltretutto, il film perde il confronto con il recentissimo Marguerite di Xavier Giannoli, che solo un anno prima ripercorreva, con bel altro tatto ed emozione, la storia di Florence Foster Jenkins. A questo punto resta legittimo l’interrogativo sui motivi che giustifichino – se mai ve ne sono – la realizzazione di Florence a un anno di distanza da un’opera francese di grande garbo ed eleganza, mai riscontrabili nella pessima prova offerta da Frears e la sua squadra. Un film inutile che forse otterrà premi e plauso perché certi nomi non si fischiano a prescindere. E cantare fuori dal coro o saper essere stonati al punto giusto è un’arte più difficile del concerto di violini.

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