ggg4Mai andare alla finestra. Mai sporgersi oltre le tende.

 

 

Non aveva un nome. Ed era un “nano”. Il più piccolo dei giganti. Non mangiava carne e forse per questo non aveva un nome. Inghiotticicciaviva. Vomitoso. Ciucciabudella. Tritabimbo. Crocchiaossa. San Guinario. Erano tutti più grandi di lui. Ed erano cannibali. O forse è meglio dire che si cibavano di umani, visto che non si nutrivano dei loro simili. E così, lui, l’unico gigante vegetariano non meritava nemmeno di essere nominato. Divenne il GGG, ovvero il Grande Gigante Gentile. Anche se era uno zotico. Un po’ selvaggio e un po’ poeta, ma sempre a modo suo. E se collezionava i sogni nelle teche e aveva studiato una tromba rudimentale per spedirli in bocca ai dormienti che meritavano incubi o incantesimi a seconda dei casi, non si risparmiava curiose bevande effervescenti al contrario, con le bollicine all’ingiù che, anche nello stomaco, seguivano lo stesso imbarazzante percorso. Una notte il gigante, che tale era soltanto a seconda di chi aveva di fronte, incontrò una bambina. Sophie si era affacciata al balcone dell’orfanotrofio e lui l’aveva presa. E se l’era portata con sé. Nella grotta dei sogni in bottiglia. Dei mille colori evanescenti. Di un veliero come letto. E di un’inguardabile verdura come pranzo. E forse, proprio le sue abitudini alimentari lo discriminavano rispetto al consesso dei suoi. In quella terra oltre i mari. Al di là dell’orizzonte. Dove mano umana non giunge. E l’occhio non arriva nemmeno con l’immaginazione.

ggg1La fantasia di Steven Spielberg invece regala alla storia del cinema Il GGG – Grande Gigante Gentile, farina non interamente del suo sacco perché tratta dal libro di Roald Dahl, ristampato da Salani (pp. 216, euro 12,90) e indirizzato ai bambini. Spielberg – che di anni ne ha settanta e non è più un bimbo – ha firmato un film che piacesse ai piccoli, ma insegnasse a vivere anche ai più grandicelli. Così sul piatto natalizio arriva il micro gigante tra i giganti e il mostro incommensurabile per gli umani. GGG è goffo ma bonario e per questo non fatica a fare amicizia con Sophie, dopo l’iniziale irrigidimento derivato da una conoscenza nata nel rapimento. I temi sono quelli cari al regista dell’Ohio, in buona parte già presenti anche in altre sue opere. Emerge con una certa limpidezza il motivo del diverso, inteso come qualcuno totalmente estraneo alla nostra collettività e perciò fonte di diffidenza spesso immotivata. La riflessione, già presente in moltissime opere da Et a Lo squalo, attraversa anche il GGG non lasciando stupita una platea che trova un’altra piccola firma dello stesso Spielberg nella scelta di assegnare il ruolo della bimba a un’orfanella. Figlio di genitori divorziati che mai digerì la loro separazione, il regista ha fatto spessissimo ricorso a figure con queste stesse caratteristiche. Nel film si è spinto oltre, senza limitarsi a una coppia che è scoppiata, ma decretandone la morte. Il cineasta americano non ha mai fatto mistero delle ferite che ancora incidono il suo cuore di ex bambino, relativamente ai matrimoni che si spezzano e, anche in questa occasione, non ha esitato a toccare il tasto, salvo poi garantire un futuro sereno alla piccola protagonista.

ggg3Fino qui, insomma, tutto apparirebbe scontatissimo, ma a sorprendere c’è un doppio particolare. La lingua parlata dal gigante, storpiata e manipolata ai limiti dell’incomprensibilità, denota un livello di istruzione inesistente e una scarsissima dimestichezza del “mostro” con le abitudini civili, proprie di quel mondo che egli invade, nascondendosi goffamente nel tentativo di non farsi notare. La distinzione linguistica differenzia così il singolo da una collettività che gli è estranea, ma alla quale egli ambisce ad appartenere. Tuttavia, lo spunto più importante è dato dal tema del cibo, perché GGG può essere considerato il primo film in cui prende corpo, con maggior risalto rispetto ad altri casi, una sorta di propaganda vegetariana. Non esistono insomma menu unicamente vegetali, frontiera alla quale il cinema – onnivoro per natura e indole – non è ancora preparato, ma è evidente la distinzione di cattivi e buoni in rapporto a ciò che mangiano. E se i primi, cioè i giganti, sono impenitenti divoratori di carne, i secondi si cibano soltanto di verdure. Non è casuale, in questa prospettiva, la scena finale che riguarda la punizione dei giganti, confinati in un’isola deserta e sommersi da una pioggia implacabile di cetrioli. Il consiglio è subliminale. Una buona alimentazione si sposa con un carattere mite  e ciò la dice lunga sulla timidezza del gigante che spesso soccombe alla tracotanza dei suoi simili. E al tempo stesso spiega come il divorare le carni sia indice di una potenzialità prevaricante nei confronti del prossimo. Spessissimo i mostri invadono la casa del GGG per cercare tracce di un umano – nella fattispecie, la piccola Sophie – e sbranarla. I loro sforzi restano senza esito ma i loro nomi fanno rima con la propensione a fare a pezzi altri esseri viventi.

ggg2Naturalmente, come in ogni favola che si rispetti, il lieto fine è garantito e altrettanto avviene nell’ultimo lavoro di Spielberg, potenzialmente tra i più appetibili per grandi e piccini. L’abilità del regista americano, tuttavia è macchiata da un neo. Le due scene dominate dall’aerofagia, inutile concessione comica e greve, del tutto avulsa dal contesto narrativo. La trovata risulta una concessione priva di senso a una comicità che non serve. E al contempo fa precipitare il tono della narrazione e delle immagini, come al solito di grande pregio, che non hanno necessità di una caduta di stile, né per tentare di alzare il tasso delle risate né per mostrare la ruspante provenienza del gigante gentile. In buona sostanza, un capitombolo di Spielberg che per il resto si rialza grazie alle sue solite indubbie capacità. E un personaggio – il GGG – che non avrebbe alcun bisogno di essere preda, anche se solo incidentale, della scurrilità.

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