cli1Vite apparenti di quotidianità scontata e visi dai doppi risvolti. L’Iran di oggi si nasconde. Appare integralista e si scopre con le stesse vulcaniche doppiezze e ambiguità del tanto bistrattato Occidente. Non c’entra la religione ma gli uomini. Una prostituzione malcelata e una clientela sottotraccia emergono all’improvviso mostrando che la corruzione dei costumi e il degrado dei principi non è consuetudine che abbia una collocazione geografica. Accade. Voluta e blindata nell’humus dei risvolti di esistenze esteriormente inappuntabili. E forse improbabili. Proprio questo dettaglio che assegna agli umili la sicurezza di comportamenti affidabili riserva sorprese prive di collegamenti con ricchezze vere o presunte. Principi solidi per definizione. E stime immarcescibili.

Il cliente di Ashgar Farhadi sottolinea questi aspetti in una commedia drammatica in cui il regista, con l’abilità che gli è abituale, confeziona un film di spessore senza ricorrere a fantasie, effetti specialissimi e attori medagliati e patinati. Si può fare ottimo cinema anche con i volti di tutti i giorni benché – occorre dirlo – i protagonisti di quest’ultima opera di Farhadi (già noto per Una separazione e Il passato) siano volti notissimi in patria e meno famosi fuori dai loro confini. Una giovane coppia di Teheran è costretta a lasciare la propria abitazione una notte in cui un’improvvisa scossa, dovuta a lavori stradali, minaccia la stabilità dell’edificio. A dar loro un tetto per l’emergenza è un amico, al quale è appena andato via l’inquilino di un suo alloggio in affitto. Gli sposi vi si stabiliscono ma una sera, al rientro, il marito scopre che la moglie è stata aggredita da uno sconosciuto, entrato nell’appartamento senza apparente ragione. Sembra un mistero e invece trattasi della storia più antica del mondo. Chi aveva vissuto in quei locali prima del loro arrivo – si scoprirà – era infatti una prostituta. La casa aveva dunque cessato di essere un luogo di appuntamenti, ma i frequentatori non dovevano esserne al corrente. Per proteggere la propria compagna e cercare vendetta, l’uomo inizia una serie di ricerche che lo condurranno a una verità sorprendente su un insospettabile.

cli2Farhadi conduce il pubblico tra le pieghe di una città e una società all’apparenza refrattaria a questi risvolti erotici, svelando le consuetudini fedifraghe di un uomo lontano dai pregiudizi. È stato lo stesso Farhadi a dirsi in difficoltà se definire il suo film una commedia dell’onore perduto o un’opera che solletica la volontà di vendetta e rivalsa della parte offesa. Da un punto di vista sociale temi trattati ed elementi risulteranno prevalenti e più importanti rispetto a una mera questione di principi, dove il rischio è cadere nella retorica a buon mercato. Certo è che questa doppia chiave interpretativa finisce per confluire in un’unica lettura analitica. La scossa tellurica che nulla c’entra con il terremoto, ma costringe la coppia a lasciare la sua abitazione, appare come una sorta di simbologia di ciò che avverrà in seguito. La casa fratturata da pericolose crepe sembra inserirsi in questa linea perché di fatto tutte le famiglie coinvolte nel dramma mostrano crepe che all’improvviso minano la solidità dei loro rapporti. Emad e Rana, i due coniugi senzatetto aiutati dall’amico, sono divisi dalla volontà di vendetta che anima lui, ma non abita in lei. La famiglia del cliente si troverà invece di fronte a una realtà che, dietro il lato caritatevole, mostra la miseria di uomini non soltanto indigenti, ma poveri perfino di etica coniugale. E mendichi di un perdono sbagliato. Il film rappresenta quindi quelle fratture invisibili all’interno del focolare domestico, destinate a prendere corpo e vigore davanti alle difficoltà o alle situazioni di apparente ambiguità.

La vendetta si trasforma poi in qualcosa di opposto a se stessa. L’interrogativo è risparmiare il cliente alla gogna pubblica e a quella dei suoi congiunti oppure affondare il colpo non più fisicamente ma psicologicamente, nel tessuto delle relazioni parentali. Emerge così l’aspetto della famiglia che trova due immagini speculari nella loro diversità. Da un lato la giovane coppia in procinto di costruirsi un proprio futuro, dall’altro un nucleo decisamente più articolato, con la presenza di figli e nipoti a ingrandire a dismisura le proporzioni di un’eventuale rivelazione. Far scattare a questo punto il solito squallido gioco su che cosa avrebbe fatto ciascuno di noi al posto dei protagonisti appare come un esercizio futile e sterile. È invece più interessante notare la posizione di Farhadi che si limita alla denuncia, astenendosi dal giudizio. Ciò non avviene soltanto nell’epilogo, ma anche nella scelta di citare espressamente Morte di un commesso viaggiatore  di Arthur Miller che, al di là di una trama senza nulla da spartire con il film, mostra però affinità proprio nel risvolto sociale. Come il drammaturgo americano aveva raccontato un’intera classe sociale schiacciata dalla modernizzazione del secondo dopoguerra, altrettanto avviene nell’Iran di oggi. Senza puntare l’indice della colpevolezza, ma riconoscendo le analogie dei processi sociali evolutivi.

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