manNon sono un tutore, ma ci sarò sempre

 

La sbornia del disperato sa di solitudine. Quella forma di lontananza che non è una scelta ma una conseguenza. Si vive soli non perché lo si voglia né perché sia capitato. Si è soli per vergogna. E angoscia.  Si è soli perché la comunità dei vivi ha un credito. E non c’è nulla che possa ripagarlo. Il destino però non ha cuore. Anzi. Lo ferisce a morte. Lacera quello del fratello di Lee e restituisce il protagonista alla città natale dalla quale era fuggito. Si ritrova tutore del nipote sedicenne e finsce catapultato in quella collettività da cui si era autoescluso. Rivede l’ex moglie, felicemente risposata e in attesa di un bebé, ma ancora piena di sentimento per quell’ex marito che in preda a un overdose di malto le bruciò la casa con i due figli all’interno. Rapiti nel sonno da una morte ambigua e atroce. Lee deve imparare a fare il genitore che non è mai stato e quella circostanza – surrealmente attuale – lo costringe a vivere esperienze cancellate da un rogo.

Manchester by the sea di Kenneth Lonergan, che firma il film con un cameo alla Hitchcock – è il passante che si scontra in un diverbio con Lee – è uno dei favoriti alla corsa agli Oscar 2017. Non è escluso che torni a casa con qualche statuetta pienamente meritata. L’affresco della famiglia Chandler ricostruisce l’atmosfera della provincia americana negli scorci tristi di un Massachussetts a misura d’uomo e di lacrime. Lee – Casey Affleck, fratello minore ma molto più dotato del consacrato Ben a dispetto dei due Oscar di differenza e già noto per la serie degli Ocean’s – è un uomo distrutto dal suo dramma e rinuncia a vivere. Ma il destino non ammette ritiri e una nuova tragedia impone al protagonista di lasciare il suo retiro e affrontare con coraggio il suo passato e il suo presente. Il prezzo è altissimo. Come per chiunque rifiuti di affrontare colpe e responsabilità. Lee troverà un compromesso che ne riscatterà in parte la sua statura di uomo. Tuttavia lo metterà a confronto con i volti da cui è fuggito e ha tentato di sottrarsi.

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Il tono drammatico non deroga da se stesso neppure in un solo fotogramma nell’arco delle due ore abbondanti di un’opera che ripaga ampiamente lo spettatore. Il difetto si circoscrive all’uso in po’ confusionario dei flash back, sparpagliati a più riprese nel corso della narrazione, senza specifici collegamenti attraverso un uso più accorto del montaggio. Questo costringe il pubblico a ricomporre i pezzi di un mosaico, tutt’altro che difficile, ma pur sempre impegnativo perché ruba il tempo per immergersi completamente nella vicenda. Echi lontani ricollegano Manchester by the sea a Gente comune di Robert Redford non certo per analogie nelle trame che risultano peraltro completamente diverse, ma per lo scavo psicologico di personaggi, faccia a faccia con i drammi della vita e la morte di familiari. In entrambi i casi due famiglie sono al centro della storia e drammi improvvisi aprono le porte al comparire di patologie psichiche più o meno apertamente dichiarate.

Nel caso di Manchester by the sea è Lee a mostrare la propria fragilità che da un lato convive con l’ammissione aperta di non sentirsi in grado di esercitare il ruolo di tutore del nipote e dall’altro mostra tutti i suoi limiti nell’autocontrollo con frequenti scazzottate e aggressioni di cui si rende protagonista. La sua quasi morbosa litigiosità nasconde la debolezza di un uomo che non è mai riuscito a ricostruire se stesso dopo la tragedia da lui causata. Giunge al traguardo portando il figlio del fratello alla maggiore età, ma i traumi del passato tornano ad accompagnare i suoi giorni come ombre. E Lee si chiama fuori nuovamente. Ma almeno stavolta è consapevole del passo in avanti compiuto e ammette al nipote di continuare ad essere per lui sponda e referente. “Non sono un tutore, ma ci sarò sempre” spiega al ragazzo, preoccupato. È la storia di una parentesi che si chiude. E Lee può tornare nel gelido Minnesota alla sua attività di idraulico. Dove non servono parole né ricordi.

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