Non sono d’accordo con Heidegger. La cosa più importante è andare verso l’amore

Innamorarsi dell’Amore. E cantarlo. Viverlo. Sentirlo vibrare nelle corde del cuore. Poi morirne. Come erano morti tutti i suoi affetti. A partire dal padre, primo violino all’Opera del Cairo, rapito dietro il sospetto di essere una spia nazista e mai più ritornato a casa. E, via via elencando, gli uomini ai quali si legò. Sentimenti perduti in un vicolo cieco. Strozzature dell’infinito. Dalida attraversò tre vite e molti amori, ma non trovò mai se stessa né l’equilibrio delle sue ambizioni. Non riuscì a coronare studi universitari. Non ebbe un figlio. E nemmeno un marito. Ma il cono d’ombra dell’assoluto le donò la celebrità planetaria. Fu cantante, soprattutto. Ma anche attrice. Il cinema le regalò le emozioni di doppiare la fantastica Gilda, un mito del fascino. Rita Hayworth. Il desiderio fatto donna. E provare il brivido del ritorno – diva già affermata – nella terra che la vide nascere in una famiglia italiana di origini calabresi. Iolanda Gigliotti, questo il suo nome all’anagrafe, restò italiana per sempre, pur legando il suo canto oltralpe. Il sesto giorno di Youssef Chahine la riportò in Egitto e rinvigorì sensazioni uniche. Fu forse l’ultimo sprazzo di felicità.

Dalida di Lisa Azuelos ripercorre la vita dell’artista che si legò a Luigi Tenco e condivise il più sfortunato dei Festival di Sanremo. E proprio nei giorni della kermesse canora, il film sbarcherà sullo schermo di Raiuno. In Francia, coproduttrice con l’Italia, è arrivato al cinema aprendo uno spaccato su questi due Paesi, uniti dall’artista e divisi da una mal tollerata reciproca cuginanza di origini e ceppo latino. In onda andrà dunque la nostalgia. E i suoi mille volti.  Quello di una donna indimenticata e di una cantante apprezzata e acclamata, ignota solo ai più giovani per colpa di un suicidio che compie i trent’anni. La malinconia per una musica leggera che non c’è più – il nuovo millennio è fatto di filastrocche, spesso nonsense, ritmate in cadenze rap – e di amori dispersi. Le canzoni hanno largo spazio, omaggio di una regista figlia di una cantante, Marie Laforet, coetanea del soggetto dei suoi fotogrammi. Non ci fu rivalità né concorrenza fra queste artiste, ma nelle oltre due ore di spettacolo si ascoltano moltissimi dei brani che hanno fatto parte della colonna sonora degli anni Sessanta e Settanta di una donna sempre al centro dell’attenzione.

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Dalida (la modella Sveva Alviti) visse tre esistenze, scandite dai due tentativi di suicidio e dal terzo, purtroppo compiutosi, con la strana particolarità di essersi ripetuti in ogni anno che finiva con il sette. Nel ’67 dopo il colpo di rivoltella che Tenco esplose contro se stesso. Nel ’77 e infine nel maggio 1987 quando fu trovata senza vita nella sua abitazione, dopo aver lasciato una riga di inchiostro al mondo. “La vita mi è insopportabile. Perdonatemi”. Nella notte fra il 2 e il 3 maggio Dalida concludeva la sua tormentata esistenza che ne aveva messo a soqquadro l’anima, lasciandole esteriormente un’apparente felicità. A ucciderla fu una strana forma di depressione, probabilmente collegata all’opprimente sensazione di sentirsi la morte incollata addosso. Almeno tre degli uomini ai quali si unì si uccisero dopo la fine del loro rapporto. L’amico e collega Luigi Tenco, dopo l’insuccesso sanremese in coppia con Dalida nel presentare il brano Ciao amore ciao. L’ex marito Lucien Morisse. E uno dei suoi ultimi compagni, Richard Chanfray, che – in nome della sua pena – spinse a uccidersi anche la sua fidanzata dell’epoca dopo la fine dell’amore con Dalida. A costoro si aggiunge il dramma del padre.

Il mondo maschile fu quello che creò i maggiori traumi a una donna attratta da partner di età sempre inferiore a lei, fino all’eccesso dello studente Lucio (Brenno Placido), del quale restò incinta ma abortì perché la relazione non poteva avere un futuro. E lasciò una donna priva della possibilità di diventare nuovamente madre. Il senso di scoramento per tutti quei dolori fece crescere nel suo animo il male di vivere che l’avrebbe portata alla fine. A quella confezione di barbiturici che ne avrebbe troncato i giorni. Il pregio maggiore del film di Lisa Azuelos è proprio trasmettere questa oppressione psicologica e affettiva dalla quale Dalida mai si sarebbe ripresa e mai sarebbe uscita. Uno stato d’animo che non si trasmette per imagini ma si comunica dal tono generale che mantiene una coloritura triste. Mesta. Dal sapore amaro dei giorni lieti. Dai ricordi malati di un passato – vicino e remoto – incancellabile. Un’angoscia latente che litiga con il difetto più limpido di un’opera che non riesce a dare spessore temporale ai rapporti intrattenuti con gli uomini ai quali legò il suo cuore e il suo destino. Ne esce così, assai ingiustamente, il ritratto della donna facile che Dalida non fu. Dalle sequenze sembra quasi che la cantante subisse il fascino indiscriminato di molti dei personaggi nei quali ebbe modo di imbattersi. Furono invece amori durati molti anni, compreso quello per Morisse, l’unico che sposò. Rimasero insieme sei anni, per poi lasciarsi un solo mese dopo i fiori d’arancio.

La leggerezza della regista non rende quindi giustizia al personaggio e sembra quasi offenderne la memoria, anche se il fratello della cantante, interpretato da Riccardo Scamarcio, si è detto soddisfatto del film e della recitazione della protagonista. Giudizio legittimo ma discutibile perché dalle frazioni di canto risalta fin troppo chiaramente la discrepanza tra le voci della vera Dalida di cui vengono riproposte le registrazioni di celebri brani e quella della stessa Alviti, assai poco a suo agio con la lingua francese nel bilinguismo dell’edizione originale. Si sarebbe rivelato certamente più interessante far luce su personaggi di dubbia statura anche in Francia come Christian de la Mazière, un collaborazionista ai tempi dell’occupazione nazista poi arruolatosi nelle SS e malvisto oltralpe benché seppe riciclarsi e ottenere una liberazione dal carcere in cui furnchiuso. De la Mazière, diventato nel tempo un impresario, per tre anni fu il compagno della cantante, alla quale voci di corridoio attribuiscono una liaison con l’ex presidente François Mitterrand. Privo di dettagli che collegano società e politica, Dalida di Lisa Azuelos diventa un’accettabile fiction e poco di più. E come tale l’Italia lo sta trattando.

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