H1In pace i figli piangono i padri, in tempo di guerra a piangere sono i padri

 

Uno sperone di roccia, di quelli dove il nemico aspetta al varco e colpisce infido. Il fronte giapponese di una guerra già finita – il secondo conflitto mondiale – si rivela il più duraturo e ostinato. L’esercito nipponico non si arrende. Anche se nel resto del mondo la bufera è cessata. Il pericolo nazista è stato annientato e l’Europa conta i danni e lecca ferite ancora sanguinanti. Sogna una ricostruzione prematura ma imminente. Maggio 1945, Okinawa. Le radici dell’atomica che l’agosto di quell’anno avrebbe cancellato Hiroshima e Nagasaki stanno lì. Quello sperone di roccia denominato Maeda, ma conosciuto come Hacksaw Ridge, fu teatro di una battaglia feroce, tra le più cruenti dell’intero conflitto. Il suolo era bucherellato di bunker sotterranei dai quali esplodevano bombe che decimavano il fronte d’attacco. All’improvviso dalle viscere della terra, manipoli di indomabili combattenti spuntavano, armi in pugno, seminando morte e terrore. L’esercito americano dovette affrontare questo inferno, ma quelle giornate tramandarono una verità e una storia ai limiti dell’inconcepibile. Si può fare la guerra anche senza armi. Un concetto che appare incompatibile con la realtà cruenta e crudele di quegli scontri a fuoco. Fu proprio in quella polveriera che gli Stati Uniti trovarono un obiettore di coscienza tanto valoroso da meritare la medaglia d’onore, che di lì a pochi mesi – era il novembre 1945 – gli sarebbe stata consegnata dall’allora presidente Harry Truman.

La battaglia di Hacksaw Ridge di Mel Gibson racconta la storia di Desmond Doss (Andrew Garfield), figlio di un vecchio reduce, che non era riuscito a liberarsi dall’alcol e dalla violenza cui sottoponeva regolarmente la moglie. A più riprese Desmond si era trovato a difendere la madre e a tenere sotto tiro di rivoltella il padre. Da quel trauma decise di aborrire ogni forma di arma, pur non volendo rinunciare a servire il suo Paese. Profondamente religioso e dedito avventista del settimo giorno, Desmond Doss si vide denigrato in ambito militare dove fu speso ogni sforzo per allontanare quel giovane dalle trincee. Eppure nei giorni del combattimento, quando venne dato il segnale della ritirata, quel ragazzo fu l’unico a non lasciare il campo di battaglia e, come medico, sottrasse a morte sicura 75 commilitoni feriti, riuscendo a calarli dallo sperone  di roccia e consentendo loro cure che significarono guarigione. E vita. Una storia di eroismo americano di quelle che tanto commuovono le platee di oltre oceano, ma al contempo rinverdiscono la memoria su un profilo di così alto spessore in margine a un conflitto dimenticato. Per tutto il mondo la guerra si concluse alla fine di aprile di quel tragico 1945, ma in pochi ricordano che in realtà si protrasse. Amaramente e dolorosamente fino all’epilogo dell’atomica. E le vicende di quegli ultimi mesi sono passate spesso inosservate anche per gli stessi americani.

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Il film apre dunque uno squarcio su un’appendice bellica di non poco conto e si inserisce nella tradizione celebrativa degli eroi a stelle e strisce. Un pantheon contraddittorio in cui sembrano convivere figure talvolta diametralmente opposte per natura e caratteristiche, oltre che per i periodi in cui vissero. Osservando il pacifismo oltranzista di Doss e La battaglia di Hacksaw Ridge è difficile non andare con il pensiero a un altro personaggio recente, volto specularmente contrario a quello del protagonista di Mel Gibson. Chris Kyle, celebrato da Clint Eastwood in American sniper, era un cecchino che copriva le spalle ai soldati impegnati nella guerriglia in Irak, casa per casa. L’inverso insomma dell’uomo che, con la Bibbia in tasca, durante quella notte pregava il Signore di fargliene trovare un altro vivo. Salvò 75 soldati facendo capire che non servono armi per dimostrare il coraggio. E vincere almeno la propria piccola o grande guerra. Tuttavia tra i due personaggi esiste un comune denominatore costituito dal culto. La devozione di Doss non ha riscontro in Kyle che comunque combatte una guerra con lo sfondo economico del petrolio e quello politico di un tiranno che, sulle sue ceneri, vedrà il sorgere dell’incubo del terrorismo musulmano.

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La parabola del mite obiettore di coscienza arriva oggi a rivestire un ruolo di maggior importanza. La contrapposizione religiosa è particolarmente sentita e sta alla base di uno scontro di civiltà che sembra dividere irreparabilmente Europa e mondo arabo. Così Desmond Doss che, nella frenesia salvatrice manda nell’infermeria americana anche due giapponesi, forse fatti “prigionieri” sempre senza l’ausilio delle armi e del terrore, rappresenta l’esempio più eloquente dell’equazione secondo la quale l’assenza di proiettili e di odio può far giungere alla pace più rapidamente di quanto non facciano il fragore delle bombe e i gas tossici. Quella di Doss è poi una favola a lieto fine, dove lo spazio per la preghiera, inizialmente denigrato dai soldati, ottiene una dignità assoluta anche all’interno dello spazio della guerra simboleggiato dalla sequenza in cui viene ritardato l’attacco per consentire al medico obiettore di santificare il sabato con le proprie orazioni. Dio entra insomma nella dimensione umana in un contesto a Lui totalmente estraneo, ma ciò dimostra l’aumentata consapevolezza dei commilitoni verso la fondata validità e il conquistato rispetto per quei valori precedentemente oltraggiati. La battaglia di Hacksaw Ridge, come nelle abitudini di Mel Gibson, non lascia molto spazio all’immaginazione. Dettagli granguignoleschi e sanguinari danno l’esatta percezione della violenza bellica che culmina nel tradimento giapponese con la finta resa dei soldati sotto la bandiera bianca, simulazione di un nuovo attacco a sorpresa. Il film acquista vigore in un crescendo narrativo ed emotivo partito da una prima parte ripetitiva con scorci già visti e decisamente appesantiti. Il sergente Howell (Vince Vaughn) è un misto di tanti volti precedenti. Dal sergente Emil Foley (Louis Gossett jr) di Ufficiale e gentiluomo al colonnello Moore interpretato dallo stesso Gibson in We were soldiers e rintracciabile nel suo appello autoritario e perentorio alla truppa prima di scendere in guerra. Tuttavia il regista riesce a svincolarsi da questi stereotipi e, progressivamente, il film conquista una sua piena maturità, suggellata da una recente tendenza di tanto cinema ispirato alle storie vere, dove i reali protagonisti sono mostrati al pubblico in una sorta di album fotografico che precede i titoli di coda. Epilogo e, al tempo stesso, aggiornamento in cui si forniscono le credenziali della fonte della materia trattata e raccontare come si svolse quella parte di esistenza non narrata dal film perché appartenente alla quotidianità. E alla gioia dei più curiosi.

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