m2Un giorno saprai chi vorrai essere. Non lasciare che altri decidano per te.

Il confine tra l’uomo e il mondo è la sottile linea rossa che divide l’adolescente introverso dal bullismo. Violenza e tolleranza. Droga e spaccio. Liberty city e una Miami da Baywatch. Il confine tra l’uomo e il mondo è la china del precipizio cui conduce la disperazione. La mancanza della speranza. La fine dei giorni. L’irreversibilità  di un modo di essere. Chiaro di luna, ovvero Moonlight, titolo del film di Barry Jenkins, non ha nulla di chiaro, ma il buio in pieno giorno. Cupa quotidianità da banlieu, dove il volto amico è quello di uno spacciatore nero e la faccia dell’odio ha i lineamenti dei coetanei, cresciuti a tirar calci alla vita e a un pallone di pezza. Ritagli dell’universo afro, importati da Cuba e da chissà dove. Chiron è un bambino senza padre e con una mamma che si prostituisce per trovare i soldi per la droga. Tenta la fuga, ma il volto presentabile dell’industria degli stupefacenti lo riporta alle sue misere stanze, fatte di rancore e trascuratezza. Sporco e bestemmie. Piccoli e grandi insegnamenti di una dottrina che si chiama vita e ha maestri dal volto truce, accanto a quelli dei libri e degli insegnanti. Chiron è un taciturno. Mette in fila poche parole. Talvolta nessuna. E i piccoli lo detestano. Lo scherniscono. Lo prendono a pugni come il destino ha preso a pugni tutti loro. Fra auto scassate e tasche fuorilegge. Dove i dollari sono sempre pezzi sporchi, non solo per i miliardi di mani ignote che li hanno accarezzati.

Moonlight ha il sapore del sudore nero e del sudiciume degli espedienti trovati per sopravvivere. Tra ore inquiete e catene che proibiscono l’affrancamento da quell’imbuto losco e infido. Il film è diviso in tre capitoli. L’infanzia. L’adolescenza. L’età adulta. Tre diversi attori ne recitano le diverse fasi, accanto a una cantante (Janelle Monàe) che veste i panni della “madre adottiva” e altri interpreti non familiari al grande pubblico, ma dalla fisionomia perfetta per i ghetti di Miami. Il bambino Chiron diventa grande in quell’inferno di violenza pubblica e privata. Cerca di opporsi con l’arma della mansuetudine, fuggendo le collane d’oro che battono e rifulgono su toraci color della pece. Fra anelli e orecchini che sanno di una ricchezza conquistata sulla strada. Tra calci e sputi. Ma la Miami di Liberty city non è un paese per vecchi. Si muore giovani, come piaceva agli dei greci che mai abitarono questo inferno. Ma nemmeno è un paese per ragazzi. Qui le speranze muoiono, accoltellate dalla strada padrona. Quella che inghiotte vite e le vomita sul lastrico di una delinquenza obbligata da così fan tutti. Il piccolo vuol farcela da solo. Ingenuo, come tutti i piccoli. Fiducioso che la tolleranza e la pazienza possano ricondurre alla ragione i tracotanti. La svolta sarà il tradimento del suo miglior amico. L’unico che forse lo amò davvero, ma finì anch’egli schiavo dei bulli. E dei piccoli boss da cortile. Chiron stavolta non ci sta. Reagisce. E supera quel confine che lo porta in un altro mondo, con le stesse tinte del quartiere da cui proveniva. E gli stessi odori asfissianti di una malavita sovrana. Il vortice della schiavitù lo risucchia, perché se esiste una morale, questa è l’impossibilità di fuggire certi gironi infernali.

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Moonlight è un film nero dove il nero Chiron è chiamato a superare i confini della razza. Quelli di una sessualità contesa tra tentazioni omo in un mondo etero. La natura di una doppia famiglia, reale e virtualmente adottiva, che offre due differenti figure femminili. Una madre biologica che si prostituisce per drogarsi e una acquisita più comprensiva e amorevole. Perché anche il sentimento ha i suoi confini, ma forse è l’unico fra tutte le dimensioni di Moonlight a battere anche nelle pieghe delle società più abiette. L’odio dei simili. Quelli che gli dovrebbero dare un’educazione e mostrano invece la faccia cruda del disinteresse in favore del proprio egoismo. “Anche quando sembrava che ti disprezzassi, ti ho sempre amato” gli confessa la madre ormai uscita dai tunnel più perversi. Il rancore e la rivalsa dei coetanei. Quelli che dovrebbero comprendere e dare aiuto, ma si rivelano più implacabili che mai. Ricattano e torturano. Psicologicamente e fisicamente. Un altro limite che separa dall’inferno. E come in ogni inferno, il paradiso è talmente lontano da non essere mai visibile. E il film non lo mostra nemmeno da lontano. Nemmeno filtrato. Perché non c’è salvezza né riscatto per chi nasce nei bassifondi. Almeno nel vangelo secondo Jenkins. Nero anche lui.

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