La “democratica” Hollywood alza la voce. Gaffe a prescindere, che sono comunque parte integrante dello show, ma alimentano la fame insaziabile dei dietrologi con un piattino molto più che soltanto succulento, il vincitore che non ti aspetti è forse il più logico che si possa immaginare. Vietato quindi gingillarsi con giochi di parole perché – tanto per non usarne uno – la classe operaia non va affatto in paradiso. Almeno in questo caso. Il titolo dell’italianissima pellicola di Elio Petri non spiega affatto ciò che è successo a Los Angeles dove un parvenu ha sbancato le statuette, non tanto numericamente, quanto per il prestigio dei titoli ottenuti, Miglior film e miglior attore non protagonista. E Moonlight ha finito per portarsi a casa il trofeo che era di Dev Patel per Lion consegnandolo a Mahershala Ali, un vero non protagonista da sempre. Fin da Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher dove faceva il cuoco per arrivare a Il diritto di contare, anch’esso in corsa per un Oscar mai entrato nemmeno nei radar, dove è il promesso sposo della geniale mente dei numeri, che ha fatto la radice quadrata giusta per mandare in orbita John Glenn. In mezzo c’è molto Hunger games e poco ancora. Tutt’altro che un maestro della recitazione, anche se certamente un onesto esecutore di compitini. Non contento, Moonlight ha alleggerito pure La La Land. Il  premio più importante che appariva limpido come la luce del sole e scontato come la notte incantata del musical è andato invece a chi non godeva dei favori del pronostico. Purtroppo, in questo caso, non si è trattato di garanzia di trasparenza.

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Sogni e idilli. La gioia di aver afferrato a mani nude il traguardo dell’ambizione. Il successo dell’America ruspante che non demorde, insomma tutto ciò che Trump predicava nella campagna elettorale più modesta della storia d’America finisce al macero davanti ai ghetti neri di Miami. A Liberty city dove droga e spaccio calpestano davvero ogni anelito di riscatto. I bassifondi coloured sono da Oscar come le facce degli immigrati e dei portoricani. I pendagli da forca della clandestinità. Le madri spregevoli che si prostituiscono saccheggiando i risparmi dei figli. In buona sostanza, Moonlight non è un risarcimento anti razzista ma uno schiaffo al presidente. E non è un caso nemmeno se, poche ore prima della cerimonia, un altro premio Oscar del passato, Jodie Foster, era uscita allo scoperto dicendo che era ora di prendere posizione e scendere in campo contro la Casa Bianca. Detto e fatto. Ciò che di più inviso esiste all’imprenditore più inviso degli States solleva la statuetta. Nero il film, oscuro come i volti di uomini, donne e bambini che lo popolano. Nero il regista, il semidebuttante Barry Jenkins. Nero Mahershala Ali, ora nel pantheon del cinema a stelle e strisce. E nera perfino Viola Davis, l’attrice non protagonista premiata per Barriere di Denzel Washington, nero pure lui. Ma anche nell’universo di chi ha la pelle scura ci sono quelli di serie B. Octavia Spencer, la Dorothy Vaughan de Il diritto di contare non fa strada perché è un’americana nera che ce l’ha fatta. E in tempi non sospetti. Erano i primi anni Sessanta e la lotta per i diritti civili infuriava per poi culminare in un 1968 tragico e inquietante. Però Dorothy, come Katherine (Taraji Henson), ha centrato il successo quindi non fa gioco alla Hollywood democratica che deve mostrare la faccia brutta degli yankee al suo primo cittadino un po’ wasp – lo spregiativo white anglo saxon protestant come la mamma scozzese – e un po’ tedesco come le origini di papà.

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Tuttavia, siccome la qualità non può finire alle ortiche del tutto, c’è qualcuno che si salva. E la statuetta a Damien Chazelle risarcisce almeno in parte La La Land che se ne torna a casa con sei premi tra le 14 candidature, anche se solo due contano davvero e gli altri quattro fanno tappezzeria, venendo da categorie minori. Con il regista, che a 32 anni è il più giovane di Hollywood a vincere, le lacrime di commozione per un meritato successo escono dalle pupille di Emma Stone che peraltro non aveva avversarie di colore, eccettuata Ruth Negga, la protagonista di Loving, in cui impersona una donna perseguitata nella Virginia segregazionista per aver sposato un uomo bianco. Storia vera e anche scottante, proiettata forse per errore tra le aspiranti vincitrici. E infatti sparita. Messo l’animo in pace con una giustizia apparente e fittizia, Hollywood può simpaticamente dedicarsi ad altri delitti. Così viene immolato il povero Andrew Garfield, autore di due recitazioni eccellenti in Silence di Martin Scorsese – troppo colpevolmente ignorato in fase di candidature perché talmente bello da non essere paragonabile a nulla, nemmeno in un’annata ricca di valori cinematografici come l’attuale – e nella Battaglia di Hacksaw Ridge di Mel Gibson, uno che agli Oscar è cordialmente antipatico. E quindi viene regolarmente ignorato anche quando celebra l’americanità nei panni di un obiettore di coscienza che nella seconda guerra mondiale combatte a Okinawa senza armi, ottenendo la medaglia d’onore dal presidente Harry Truman. Garfield a digiuno, dunque. E miti americani in malora. Nonostante il doppio eccellente impegno. A secco resta pure Ryan Gosling, pur avendo dimostrato di saper cantare. Ballare. Suonare. Emozionare. Recitare. Perfino corteggiare. A Gosling però manca un fratellino maggiore, premio Oscar e la nutrita schiera di “amici” del clan Affleck. Così Casey, pur bravo in Manchester by the sea, conquista una statuetta grazie a una dose eccessiva di generosità dall’Academy.

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I più modesti, insomma, sconfiggono i più quotati e il risultato è deprimente. In un anno tra i più ricchi di qualità cinematografica, vincono due buoni film, ma decisamente “piccoli”. Poco appariscenti. Per nulla sorprendenti. Moonlight da un lato e Manchester by the sea dall’altro sono facce speculari di una stessa medaglia che offre uno spunto per il rimpianto pure a Il diritto di contare di Theodore Melfi, anch’esso interessante e pregevole ma non certo un capolavoro assoluto. Perfino quest’opera, condita di normalità e di carnagioni scure, poteva rivendicare qualche successo personale. Invece. Invece le compensazioni di un errore non fanno altro che raddoppiare gli sbagli. L’Oscar per la fotografia a La La Land è assolutamente fuoriluogo. E non certo perché sia brutta. Il “problema” è che Silence e Lion hanno immagini eccezionali, ma per restituire il sorriso al film di Chazelle – a sua volta mutilato due anni fa con Whiplash – andavano trascurati. E così finisce che entrambi, ben più meritevoli dello zero incassato, accumulano un credito a futura memoria, sempre che se ne presenterà mai l’occasione. In questo domino a cascata Trump non c’entra, ma non è un caso se fra i documentari trionfa O. J.: made in America, sulla vita di O.J. Simpson, lo sportivo amato, odiato e condannato per due delitti. Anche stavolta c’è di mezzo un nero, quello sbagliato, ma giustissimo per ledere l’immagine della Casa Bianca mentre I’m not your negro troppo centrato sui diritti civili e la parità con i bianchi non avrebbe prodotto lo stesso risultato e avrebbe rispolverato una campagna sociale che oggi sembra un fatto acquisito. Ora resta un assente con un silenzio che fa più chiasso della voce dell’intera Hollywood E di fiumi di parole. Il repubblicano Clint Eastwood, grande elettore dello stesso Trump, non era candidato in alcuna categoria. Sully, imperniato su un altro eroe americano, non ha avuto menzioni. Né recriminazioni. Noblesse oblige.

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