RIS5LQuando si ama ci si aspetta che l’altro abbia gli stessi sentimenti. E si resta delusi se, pur avendoli, li dimostra in modo diverso.

Il lato oscuro risplende nell’assenza. La lontananza – voluta o casuale, nota o accidentale – accresce la luminosità su ciò che la presenza attutisce e nasconde. Talvolta la luce inonda noi stessi. Radiografia riflessa. Obbligo di guardare e vedere quello che finora è passato inosservato. Sottolineatura in rosso su tratti di vita vissuta. Recuperata dal retroterra insondabile di ciò che i giorni hanno tenuto nascosto. Occultato. Due figure di uomini – Orhan e Deniz – che rappresentano due diverse forma di assenza. Il primo emigra in Inghilterra per un lungo periodo dopo il successo del libro da lui pubblicato. Il secondo scompare, proprio dopo che Orhan lo ha raggiunto in Turchia, per aiutarlo a completare una sceneggiatura perennemente in sospeso. Uno dunque confronta il lato oscuro di se stesso reimmergendosi nel mondo che lo aveva cullato. Si specchia in esso. Ritrova mozziconi di una gioventù stantia e consumata. La sorella, unica traccia di una famiglia ormai perduta. E la sua immagine, costruita dagli altri, negli anni di quell’esilio. Pezzi di un’esistenza trascorsa ritrovano il loro posto come tessere di un mosaico che assomiglia al telaio di Penelope. Tentativo infinito di aggiustare sfumature e ombre. Luci e contorni. Identikit di un se stesso improvvisamente riapparso. L’altro costituisce invece l’assenza improvvisa e definitiva. Non verifica in prima persona i riscontri della propria assenza come fa invece Orhan, ma si offre come materia di studio all’esame degli altri. E costoro – tutti – ne scandagliano vita e opere. Fatti e misfatti. Amori cercati ed altri voluti. Quasi mai a lieto fine.

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Rosso Istanbul di Ferzan Ozpetek segna il ritorno del regista sul Bosforo. Lui, turco de Roma, torna dopo vent’anni come Orhan. Lui, turco del mondo, vive in Europa e viaggia per lavoro come Deniz. Ritrova per un mese il suo mare. E a distanza di vent’anni dal sua primo film – Il bagno turco – riprova a girare nella città che gli ha dato i natali. Un po’ Orhan, un po’ Deniz, Ferzan Ozpetek, naturalizzato italiano, si specchia in quei due personaggi dalle molte luci e altrettante ombre che coinvolgono un rispecchiarsi di due mondi opposti e uguali al tempo stesso. oriente e Occidente, come il regista stesso, si ritrovano anch’esse in Orhan e Deniz. nella voglia di Europa di un Paese che ha l’aspirazione a restare l’impero ottomano con vesti trimillenarie. E non risponde a miliardi di interrogativi come non offre soluzione ai molti quesiti lo scomparso Deniz. lascia in pasto a chi resta i molti frammenti della sua adolescenza e della sua gioventù. Yusuf che uccide con l’inchiostro delle sue pagine. Yusuf il tossicodipendente. E il compagno di giochi. La spalla di mille imprese. L’audace che sottolinea l’altrui viltà. Est e Ovest come due nuove metà, simboleggiate dal ponte sul Bosforo che divide due continenti e due stati di vita. Ciò che è rimasto com’era da ciò che è cambiato. A suo modo, ancora una volta Orhan e Deniz. L’uomo che è rimasto com’era si trova cercare chi invece era cambiato. Non aveva avuto il coraggio di avere l’unica donna mai amata. E non aveva neppure avuto il coraggio di avere l’unico uomo con il quale ha diviso i passi sui sentieri della vita.

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Scritto con lo smalto della passione, Rosso Istanbul è liberamente ispirato al romanzo dello stesso Ozpetek in cui la scomparsa di un uomo e la ricerca da parte di coloro che gli erano vicini non ha il colore del mistero da squarciare. Non importa a nessuno se Deniz ricomparirà mai o dove si sia nascosto. Né per quale motivo lo abbia fatto. È il sapore di una scommessa, come quella di attraversare il Bosforo a nuoto. Sfidare se stessi. Scomparire è l’estrema forma di solitudine. L’eclissi che allontana e toglie dal mondo i vivi. E in questa folle prospettiva che contrasta la natura umana, portata invece alla socialità più sfrenata sarà Orhan a tentare di vincere quella scommessa, anche lei lasciata in sospeso. Quello di Rosso Istanbul è un mondo perennemente appeso a se stesso. E colorato della tinta che colora la Turchia e il suo cielo di striature impossibili. Anche a questa sfumatura si riallaccia la biografia di Ozpetek e i ricordi di gioventù. Rosso come la strada di casa. O forse di un ex casa. Quella che la famiglia di Deniz abbandona anche senza sapere su quale rive sia approdato quel figlio scomparso. Ago di una bussola che sta nella tasca del solo Orhan, unico superstite di quella villa sul Bosforo dove le suppellettili ricoperte dai lenzuoli dell’abbandono danno la pennellata dell’addio alle ricerche del fuggiasco Deniz. E se resta in sospeso un personaggio, un mondo e un libro, non trova risposta neppure l’amore che mai si assopisce ma resta strozzato nel cuore di tutti. Neval, la donna che Deniz non conquistò e di cui Orhan si invaghì. Yusuf nel suo rapporto contrastato con Deniz. E in Orhan nel suo rapporto con se stesso e un Paese, abbandonato vent’anni prima, per ritrovarlo uguale e diverso come in un mistero. Tinto di rosso. Istanbul.

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